venerdì 30 marzo 2012

Amore che vieni amore che vai - Un destino ridicolo

Maritza, "une belle noiseuse"

Se ogni tanto frequentate queso blog saprete che sono un grande appassionato della Citroen DS, un'auto d'epoca alla quale ho incautamente dedicato una rubrica. L'impresa, quasi sovrumana, è quella di censire tutti i film in cui la DS ha un ruolo.
Orbene, mentre ero impegnato nella ricerca di materiale on line per nutrire la mia passione mi sono imbattuto in una pellicola di cui ignoravo - horreur! - l'esistenza e nella quale compare una fantastica DS decappottabile. Niente paura, oggi parliamo del film, non dell'auto.
Questa misteriosa pellicola è nientemeno che Amore che vieni amore che vai, pellicola di Daniele Costantini liberamente tratta dal romanzo Un destino ridicolo, scritto a quattro mani da Alessandro Gennari e Fabrizio De Andrè, e scusate se è poco.
Il libro, che si presume parzialmente autobiografico, è ambientato nei primi anni 60 fra Genova e la Sardegna ed è popolato esattamente dal tipo di personaggi che vi aspettereste da un libro di De Andrè: prostitute, malavitosi, papponi, galeotti e tutta la varia e affascinante umanità che popola la zona del porto di Genova.

I tre protagonisti, improbabili carabinieri

La storia segue tre personaggi, il giovane Carlo (il multi-talentuoso Fausto Paravidino), strana figura di pappone-per-caso con tanto di mamma al seguito, il sornione Bernard (Massimo Popolizio, genovese vero) piccolo boss locale ed il sardo Salvatore (Filippo Nigro), appena uscito di prigione pensa bene di innamorarsi di una delle prostitute protette da Carlo, Veretta (Donatella Finocchiaro, brava e bella).
I tre, che mal si sopportano l'un l'altro, progettano il "colpo della vita", quello che risolverà una buona volta tutti i loro problemi. Salvatore potrebbe sposare la sua Veretta e tornare a fare il contadino in Sardegna, Carlo fantastica di trasferirsi ai caraibi con la bella e volubile Maritza (Claudia Zanella, una carriera a metà fra TV e grande schermo), Bernard invece non sogna nulla se non la ricchezza.
Il colpo tecnicamente riesce ma un imprevisto farà sì che la refurtiva sparisca in modo misterioso. Così Carlo cade in depressione per la perdita di Maritza, Veretta resta abbandonata e incinta senza saper più nulla di Salvatore,  Bernard...lui continuerà a dedicarsi al proprio business.
Il finale, non proprio a sorpresa, trasforma la tragedia in farsa: per i nostri personaggi si compirà un destino ridicolo e forse inevitabile in cui persino la redenzione ha come contraltare uno sberleffo.

Carlo "fa il giro" accompagnato da mammà
 
Nel complesso una produzione che pare fatta più per la TV che per il grande schermo, come se al dunque fosse mancato il coraggio di tentare un'impresa più ambiziosa.
La ricostruzione dei primi anni 60 è fatta più "a orecchio" che di rigore filologico, poco convincente nella scenografia e per nulla nei costumi, pare fatta per evocare più un'atmosfera che un vero e proprio periodo.
I costumi (opera di Elisabetta Montaldo ed Elisabetta Antico) ancorché poco credibili sono comunque belli
La fotografia di Alessio Gelsini Torresi (Ultrà, Vite Strozzate, Jack Frusciante è uscito dal gruppo) è un po' patinata, mi ha  ricordato un po' certe produzioni anni 80, sensazione non spiacevole.
Le auto sono molto belle: la Giulia dei carabinieri verde oliva e la DS cabrio azzurra di Bernard, sulla quale tornerò nella apposita rubrica ;-)

Veretta, bella e triste

Non ho letto il romanzo e non posso quindi giudicarne la riduzione in sceneggiatura, però il risultato è un film che si lascia guardare senza mai decollare davvero. Certo, il fatto che ci sia un pezzo da novanta come De Andrè alle spalle dell'operazione  - almeno a livello di ispirazione artistica - genera aspettative che forse non potrebbero in nessun caso essere soddisfatte, a mio avviso però il film manca dell'elemento che potrebbe costituirne invece il punto di forza: i personaggi. Potrebbero avere tutte le caratteristiche di quelli descritti in una canzone come La città vecchia, e invece manca proprio quello sguardo affettuoso e al tempo stesso spietato sulle miserie, la pochezza morale, la quieta disperazione di un'umanità che forse non ha mai davvero avuto una chance, e se l'ha avuta di certo se l'è giocata ai dadi.

Luciana - Tosca D'Acquino

domenica 25 marzo 2012

Uno squalo al cinema - Diabolik



Non so voi, ma io sono sempre stato un fan dei fumetti di Diabolik, l'inafferrabile criminale che proprio in questi giorni ha compiuto ben 50 anni (auguri)! Qui il bellissimo sito dell'eroe del male.
Una delle ragioni del fascino di certo è la meravigliosa e personalizzatissima Jaguar E type nera, che oggi come ieri consente a Diabolik di sfuggire agli inseguimenti della polizia. Dopo mezzo secolo anche le forze dell'ordine capitanate dall'ostinato ispettore Ginko lo inseguono ancora, sempre a bordo della stessa auto: una...Citroën DS!
Nel 1968 il regista Mario Bava, uomo il cui indiscutibile talento avrebbe potuto essere indirizzato in film di migliore qualità (e non sprecato in titoli come Le spie che vennero dal semifreddo con Franco e Ciccio, per esempio) realizzò una versione cinematografica del fumetto con protagonista l'algido John Phillip Law e la bellissima Marisa Mell, attrice austriaca che avrebbe avuto grande successo negli anni della commedia scollacciata all'italiana.
Il film, sconfessato dalle creatrici del fumetto le sorelle Giussani, fa schifo e non vi consiglio di vederlo; oggi vi propongo solo una scena in cui Diabolik durante un inseguimento automobilistico sfugge alla polizia (a bordo di una DS, ovviamente) usando un classico dei suoi stratagemmi:



Di tutto il film la scena migliore, ed ahinoi dopo 45 anni ancora di scottante attualità, è la risposta di Diabolik alla stretta fiscale. A noi andrà peggio, ma sognare non è proibito!


Diabolik, Mario Bava, 1968

domenica 18 marzo 2012

Uno squalo al cinema - Frank Costello faccia d'angelo

Come ogni domenica, ecco un'altra puntata della rubrica dedicata alla Citroën DS.
Come è ovvio il cinema francese più di ogni altro ha utilizzato una gloria nazionale come la DS: qui vediamo un trentaduenne Alain Delon nelle vesti di Frank Costello, un killer solitario al soldo del migliore offerente. Indovinate qual'è l'auto preferita da Frank? In questa scena lo vediamo rubarne una e portarla da un carrozziere di fiducia per "ripulire" la targa.
Devo dire che nemmeno l'indiscusso fascino di Delon riesce ad offuscare quello della DS!



video


Frank Costello faccia d'angelo, Jean-Pierre Melville, 1967


venerdì 16 marzo 2012

Cesare deve morire - la recensione

 

Vincere l'Orso d'oro del Filmfest di Berlino non è cosa di tutti i giorni, non potevo quindi esimermi dal vedere questo Cesare deve morire dei fratelli Taviani. I due alla bellezza di 81 e 83 anni dimostrano che quando c'è freschezza di sguardo l'età è un dettaglio che interessa solo agli ufficiali di anagrafe.
L'idea è potente quanto semplice: far recitare a detenuti del carcere di Rebibbia il Giulio Cesare di Shakespeare, ciascuno nella propria parlata di origine.
Il film è girato all'interno della sezione di massima sicurezza del carcere, nel quale sono reclusi i colpevoli di reati particolarmente gravi: omicidio, criminalità organizzata, traffico di stupefacenti. I detenuti coinvolti nel progetto stanno tutti (meritatamente, a quanto se ne deduce dalla presentazione che se ne fa nel film) scontando pene piuttosto pesanti.


La pellicola gioca su un piano di lettura (almeno) doppio: segue passo dopo passo l'organizzazione della rappresentazione teatrale mostrando dapprima i provini degli attori, poi il succedersi delle prove ed il processo di immedesimazione degli attori nel personaggio, con qualche toccata e fuga nella (fittizia) realtà, come nel litigio fra gli attori che recitano Cesare e Decio, o quando ci mostra uno Striano-Bruto che ripete il copione nei corridoi del carcere, o si commuove al pensiero del parallelo fra una scena del dramma ed un episodio realmente vissuto .
I detenuti-attori si dimostrano a proprio agio, in modo anche un po' sconcertante,  con l'immaginario mondo di una Roma imperiale dominata dall'intrigo politico, dal senso dell'onore, dalla fedeltà ad un leader con diritto di vita e di morte sui suoi sudditi.
Cesare, in fondo, deve morire perché venuto meno al tacito patto che lo lega ai propri generali, in un mondo dove il singolo è nulla e la (onorabile) società è tutto, a Roma come a Corleone o a Scampia cambiano i tempi, l'uomo no.

Decio tenta di manipolare Cesare con blandizie

Fra gli attori a mio parere spicca una spanna sopra gli altri Giovanni Arcuri, un Cesare "romano de Roma" molto credibile, autoritario e paternalistico; si distinguono anche Cosimo Rega (Cassio): una vera eminenza grigia e, infine, Salvatore Striano, un Bruto intenso e tormentato (bellissimo il primo piano all'inzio del film).
Molto bella la fotografia di Simone Zampagni, già collaboratore dei Taviani anche se abitualmente lavora per la TV (Distretto di Polizia, Il tredicesimo apostolo); gioca fra colore e bianco e nero, con un contrasto che acuisce l'espressività degli attori.

Va detto con chiarezza che il film non ha nulla di documentaristico: non si propone - ed in effetti non lo fa - di rappresentare fedelmente la realtà della vita carceraria, suggerisce però un parallelo di grande efficacia artistica fra la prigione fisica del carcere e la "gabbia" di valori sociali nei quali volenti o nolenti ci muoviamo un po' tutti.
In definitiva un film che dimostra come anche in Italia sia possibile fare ancora Cinema, mettendo a frutto un'idea originale realizzata con una cura incredibile, che neppure lo squallore dell'ambientazione riesce nascondere completamente.

Bruto fronteggia Antonio dopo l'assassinio

domenica 11 marzo 2012

Uno squalo al cinema - Beside you

Lo straordinario fascino della DS non ha conquistato spazio solo sul grande schermo, ha anche ispirato moltissimi video musicali. Uno dei miei preferiti è questa Beside you di Iggy Pop, un singolo tratto dall'album American Caesar del 1993. Il testo, molto bello nella sua semplicità, è di Steve Jones, chitarrista dei Sex Pistols. Il connubio fra musica, parole ed immagini è perfetto, e la DS contribuisce da par suo all'atmosfera cyberpunk del video. Per i lettori più giovani ricordo che nel 1993 la telefonia cellulare era ancora una faccenda per pochi, la videochiamata ed il riconoscimento delle impronte digitali tramite touchscreen roba per futuristi. Ma si sa, Iggy è sempre stato troppo avanti!



Beside you, Mark Romanek,1993

venerdì 9 marzo 2012

Shame - Message in a bottle


Shame, vergogna: il titolo è vocativo proprio dell'elemento che manca a questo film, o meglio ai suoi personaggi. Steve Mc Queen (ovviamente nessuna parentela), artista - scultore, fotografo e cineasta - inglese costruisce una pellicola dove ogni inquadratura è una piccola opera d'arte di grande potenza visuale. All'uscita dalla sala ho visto spettatori piuttosto angustiati, segno che McQueen sa dove colpire. Del resto, ed è bene dirlo subito a chi volesse intraprendere la visione di questo film, nulla viene nascosto nè lasciato all'immaginazion: Shame mostra proprio tutto e sa colpire i punti scoperti. Non è per tutti, sia detto senza reticenze.

Fassbender e McQueen sul set

La trama del film, ambientato in una simbolica New York, è incentrata su Brandon, giovane uomo d'affari affetto da dipendenza da sesso. Brandon è giovane, benestante, bello ed ha molto successo con le donne. Apparentemente ha tutto ciò che serve per vivere una vita serena ed appagante. Apparentemente, potrebbe essere solo un giovane in carriera che non ha ancora "messo la testa a posto". Scopriamo poi che Brandon ha una sorella che fa la cantante, Sissy; è subito evidente che i rapporti fra i due sono piuttosto tesi, tuttavia Sissy, in città per delle esibizioni, si installa a casa del fratello rompendo la ossessiva routine di Brandon.
Il film segue l'evolversi di questo rapporto, che si estremizza sempre di più fino a giungere ad un punto di rottura oltre il quale le cose non potranno mai più essere le stesse. Forse.

Il "rito" del rimorchio al bar
Shame è un film che ci mostra eventi legati ad un uomo qualsiasi per parlarci di come siamo. Nelle sequenze in metropolitana all'inizio del film lo sguardo è impietoso: Brandon siamo noi, le facce sul metrò sono le nostre facce, tutti concentrati sul tentativo di entrare in relazione il meno possibile l'uno con l'altro.
Il Brandon di Michael Fassbender (un anno di grazia in cui è comparso anche  in X-Men L'inizio, A dangerous method e Knockout-Resa dei conti, lo attendiamo in autunno in Prometheus di Ridley Scott, il prequel del mitico Alien) è un uomo ossessionato dal sesso, che è una immagine potente, immediatamente comprensibile e offre l'occasione di mostrare immagini di grande impatto emotivo. Ma la rappresentazione sarebbe stata efficace anche attraverso la droga, o - chessò -  la playstation. Nelle disfunzioni della sessualità il comportamento è quasi sempre un sintomo, mentre la causa si trova più in profondità e  qui ci si occupa, appunto, delle cause.
Il concetto è che Brandon è disperatamente solo e che la solitudine l'ha reso del tutto insensibile; le figure umane sono oggetti fra gli oggetti, non persone. Il sesso diventa per il protagonista l'unico modo di avere una prova del proprio essere in vita.
Brandon spesso vede panorami spettacolari, si muove in luoghi ammirevoli, ma non riesce realmente a vedere, ad apprezzare nulla di ciò che lo circonda. Il film mostra la incapacità di comunicare, la nostra incapacità ed i mostri che genera, e ce li mostra senza pietà alcuna e senza vergogna: anche di fronte, infine, a qualcosa che riesce a toccare Brandon nel profondo nessuno può essere sicuro che la lezione sia stata appresa. Come McQueen fa dire ad una disperata Sissy "non siamo cattive persone, veniamo solo da un brutto posto". Il posto da cui veniamo, però, è il mondo e finchè non ci decideremo a renderlo migliore di com'è sarà difficile per Brandon e Sissy riuscire a cacciare i fantasmi che li tengono prigionieri.


Di Fassbender si è detto, molto brava anche Carey Mulligan (OK in An education, alle lettrici interessate al vintage consiglio di leggere questo post scritto dalla mia amica Rosaspina, KO in Wall Street Il denaro non dorme mai, di nuovo OK nel pur sopravvalutatissimo Drive), che offre un delicatissimo ritratto della fragile Sissy. Sorprendente per intensità l'interpretazione di New York New York, che strappa una lacrima persino a Brandon!
Brava anche Nicole Beharie, nel ruolo di Marianne, la collega di Brandon che gli offre l'unica opportunità di costruire un rapporto umano vero, il message in a bottle su cui tornerò dopo.
Per chi se lo chiedesse la sexy sconosciuta sul metrò è Lucy Walters, io non mi ricordo dove l'ho già vista. Qualcuno ha suggerimenti?


Bellissima la scenografia, in particolare la casa minimal, ordinatissima e ossessivamente pulita di Brandon che si fa caotica quando vi entra Sissy.
Le riprese della città sono efficacemente caratterizzate dai toni freddi e da luce bianca (o grigia?).





L'insensibilità di Brandon è la nostra insensibilità, e la sua ossessione è immagine delle nostre. McQueen ci mostra un mondo dove non c'è mai gioia, dove ognuno pensa per sè, dove gli amici servono per uscire la sera e non per uscire da un problema. Ci ammonisce, McQueen, siamo diventati una civiltà dove il benessere non manca eppure non riusciamo ad apprezzarlo. Trenta  anni fa Sting con i Police cantava di un mondo in cui per tentare di uscire dalla solitudine lanciava un messaggio in una bottiglia, per poi scoprire milioni di altre bottiglie come la propria; oggi forse abbiamo smesso di mandare messaggi e - forse - non siamo più neppure capaci di vedere quelli mandati dagli altri. Ed è un dubbio che, come a me, ha lasciato un certo sgomento anche sulle facce degli altri silenziosi spettatori all'uscita dalla sala.

All those moments will be lost in time...like tears in rain

domenica 4 marzo 2012

Uno squalo al cinema - Il giorno dello sciacallo

Questa settimana per la rassegna sulla Citroën DS vi propongo la ricostruzione cinematografica dell'attentato di Petit Clamart nel quale solo le peculiari doti tecniche e dinamiche della Dea permisero al Presidente francese di portare ancora una volta a casa la pelle.
Da notare che la DS è anche l'auto scelta dai terroristi, a testimonianza di una supremazia indiscussa!

Cito da Wikipedia: "Le eccezionali doti di sicurezza garantite dal sistema idraulico fecero entrare questa vettura nella storia, salvando la vita di Charles de Gaulle in occasione dell'attentato del 22 agosto 1962 a Petit Clamart. La DS su cui viaggiava il generale fu centrata dai colpi delle mitragliatrici dei capi dell'opposizione francese all'indipendenza dell'Algeria. I proiettili forarono due pneumatici, ma le sospensioni idropneumatiche, che mantenevano stabile l'assetto, permisero all'autista di controllare la vettura e di allontanarsi senza difficoltà a velocità sostenuta."

Il film che contiene questa scena è Il giorno dello sciacallo di Fred Zinnemann, autore anche del mitico Mezzogiorno di fuoco. Si tratta di un avvincente thriller - appena un tantino lungo - tratto dall'omonimo libro di Frederick Forsyth.




Il giorno dello sciacallo, Fred Zinnemann, 1973

venerdì 2 marzo 2012

Quasi Amici - Fly


Se siete tipi che apprezzano la correttezza politica, allora andate a vedere Quasi amici: si tratta della storia di un'amicizia fra un handicappato ed un negro. Per chi trovasse questi termini sgradevoli o irrispettosi, la visione del film potrebbe essere di grande aiuto perchè parla, con garbo e senza pietismi, di emarginazione. I due protagonisti non vedono uno nell'altro un disabile o un emarginato sociale ma solo una persona, con un insopprimibile carico di difetti.


Prima che la platea si scaldi troppo, specifico che Quasi Amici di Olivier Nakache ed Eric Toledano è una commedia e va letta secondo questo registro. Particolare tutt'altro che secondario, si basa su fatti reali. La sceneggiatura, a firma degli stessi autori è infatti tratta dal libro Le Second Souffle di Philippe Pozzo di Borgo, pubblicato in Italia come Il diavolo custode.


Philippe è un ricco aristocratico diventato tetraplegico in seguito ad un incidente di parapendio. Driss è un giovane senegalese appena uscito di prigione, che tenta di conquistare un sussidio di disoccupazione.
Fra i vari aspiranti al posto di badante di Philippe, Driss viene scelto da Philippe proprio perchè è l'unico che non solo non vuole il lavoro, ma non dimostra neppure un briciolo di pietà verso il tetraplegico. Del resto verso chi potrebbe avere un occhio di riguardo il senegalese, dato che si trova a vivere in una sgangheratissima famiglia nel cuore della banlieue cercando di sbarcare il lunario spesso in modo illegale?
In effetti i due protagonisti sono entrambi emblema della emarginazione, quella economica e sociale Driss e quella fisica Philippe, che vive in un meraviglioso palazzo che non può praticamente godersi, dato che ha il corpo inguaribilmente insensibile ed è costretto a spostarsi utilizzando una carrozzina che guida atrraverso i movimenti del mento.



La cifra della commedia sta proprio nella spietatezza dello sguardo. Driss tratta Philippe per quello che in effetti è, una persona come tutte le altre; questi a sua volta non si illude che Driss possa essere diverso da quello che è: un disperato che vive di espedienti.
Eppure, nonostante le prevedibili difficoltà, ciascuno dei due è disposto all'incontro: nessuno ha solo da imparare nè tutto da insegnare. Si instaura quindi un rapporto che prende il volo in quanto non è un lavoro, è un incontro di due anime ormai alla deriva che puntellandosi l'una con l'altra ritrovano una via, la propria via, in barba a quello che il mondo si aspetterebbe da due tipi così.
Il giovane del ghetto si rivela dunque un attentissimo assistente pronto a demistificare la cultura e l'educazione del proprio raffinato assistito.  Philippe si solleva così dal ghetto dell'immobilità fisica tornando ad amare, sperare, agire...in una parola: a vivere (meravigliosa la scena in cui vende al fratello il quadro di Driss).
Quando i due capiranno di poter contare l'uno sull'altro, le loro vite prenderanno (anche in senso letterale) il volo. Nessun traguardo è precluso, ed il sapere che gli avvenimenti per quanto romanzati sono reali è una vera iniezione di fiducia.


François Cluzet (attore che lavora prevalentemente in Francia ma che ha lavorato anche con Altman, Kasdan, Chabrol) dà un'ottima prova recitando solo con i movimenti della testa. Fisicamente a me ricorda un po' Dustin Hoffmann (è un complimento).
Omar Sy (visto nel ruolo di Remington in L'esplosivo piano di Bazil) è un Driss irriverente e profondamente umano, che si lascia conquistare dalla forza d'animo del suo datore di lavoro. Sy tiene con autorità la scena praticamente per tutto il film; una bella scoperta che spero avrà opportunità di confermarsi a livello internazionale.
In omaggio alla correttezza politica, una citazione anche per le coprotagoniste femminili: Anne Le Ny, poliedrica artista che sa passare dalla recitazione alla regia alla scenografia. Qui interpreta Yvonne, la burbera ma affettuosa governante di Philippe. Un plauso speciale, infine, per Audrey Fleurot (vista in Le donne del sesto piano e -di sfuggita- in Midnight in Paris) nel ruolo di Magalie, burrosa segretaria di Philippe e mito erotico di Driss. Una presenza contenuta sulla scena, ma che si fa ricordare.


Non è un caso che i francesi siano gli inventori della comédie de moeurs. In equilibrio fra una lacrima ed una risata si affrontano temi piuttosto importanti. Nakache e Toledano mantengono con fermezza la direzione senza perdersi nelle sottotrame: la lezione del film, non solo della storia, potrebbe  essere quella di mantenere una certa leggerezza in tutto ciò che si fa.
Dal punto di vista tecnico il film non offre particolari spunti, è doveroso però segnalare a parte la colonna sonora che raccoglie soul, classica ed alcune composizioni originali (ed efficaci sulla scena) di Ludovico Einaudi.

Il Philippe di Cluzet non ha bisogno di commiserazione: ha bisogno di un amico e di vivere la vita con tutta la leggerezza che gli è concessa, come nella scena iniziale: una fantastica sequenza di inseguimento che si conclude in una esilarante zingarata alla Amici miei.
Driss non ha bisogno di uno Stato che gli elargisca un sussidio, ha bisogno di un'occasione e Philippe intravede subito l'opportunità che gli è donata, nonostante le perplessità, non del tutto ingiustificate, del fratello benpensante.

E' la scorretteza politica nel darsi reciprocamente fiducia che rende straordinari sia Driss che Philippe, due uomini senza più illusioni. Eppure il risultato è che nonostante quello che tutti noi samo portati a pensare...Sì, si può essere senza gambe nè braccia ed essere lo stesso un uomo felice.