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lunedì 18 marzo 2013

Fabrizio De André - Megu Megun - Ceci n'est pas un film



Dopo La domenica delle salme , anche il secondo video estratto dall'album Le Nuvole di Fabrizio De André porta ancora la firma di Gabriele Salvatores. Come errata corrige di quanto detto in precedenza anche in questo clip compare il cantautore, nei panni di un giocatore di domino (vedi immagine qua sopra).

Il testo è scritto in dialetto ligure (genovese, credo) ed è l'inizio della collaborazione con Ivano Fossati, che li porterà a scrivere insieme l'album successivo: Anime salve.
La canzone sceglie l'immagine dell'ipocondriacoper raccontare di un uomo che ha paura della vita, dei contatti umani, di innamorarsi e che per questo sceglie di chiudersi in casa nel tentativo disperato di trovare la pace.

Il video è interpretato da un bravo Claudio Bisio, allora trentatreenne e abituale collaboratore di Salvatores, nei panni del protagonista. A mio avviso per utilizzo delle luci, montaggio, scelta delle inquadrature lo stile registico è molto più identificabile in questo video che in quello de La domenica delle salme, insomma è quasi un "corto", con una narrazione intellegibile ed una vera e propria interpretazione.

A quanto mi risulta i video di De André sono le uniche due incursioni di Salvatores nel mondo dei clip musicali. Sarà forse per via dell'età (in quegli anni stavo passando dalle scuole superiori all'università e ascoltavo/guardavo musica a ciclo continuo), ma io li trovo memorabili!


1990 - Megu megun
Artista: Fabrizio De André
Testo: Fabrizio De André & Ivano Fossati
Regia: Gabriele Salvatores
Album: Le nuvole (1990)


martedì 5 marzo 2013

Fabrizio De André - La domenica delle salme - Ceci n'est pas un film


La recensione dell'ultimo film di Gabriele Salvatores mi dà lo spunto per continuare il discorso sul regista attraverso i suoi video musicali. Salvatores, a quanto mi risulta, ha girato soltanto due video, entrambi estratti dallo stesso album di Fabrizio De André: Le Nuvole.

Vista la temperie politica iniziamo con La domenica delle salme, uno dei testi più politici di sempre per De André, che lo scrisse pescando da uno dei suoi quaderni su cui segnava appunti in modo casuale. La canzone, che ha generato diversi esegeti, riflette amaramente sul XX secolo e di come nel corso di questo l'etica sia andata sempre più deteriorandosi a favore di un materialismo sterile. Va segnalato che l'album è del 1990: politicamente parlando si tratta di almeno due ere geologiche: tanto per dire è in quest'anno che fu scarcerato Nelson Mandela, il PCI si rinominò in PDS, Andreotti era Presidente del Consiglio e lo scandalo di Mani Pulite era ancora un paio d'anni di là da venire. Ciononostante, la canzone è ancora piuttosto attuale.

Salvatores (all'epoca sulla cresta dell'onda di Marrakech express e impegnato nella produzione di Turné) confeziona un bellissimo video intorno ad un testo che è tutto narrazione, alternando riprese vere e proprie a scene di cinegiornale e immagini tratte dalla produzione industriale, con un montaggio eizensteiniano (cioè mostra fotogrammi che illustrano il concetto pur mostrando un'immagine diversa da quanto viene pronunciato) ed a tratti segue una linea più aderente al testo della canzone.
Un video non banale, che sottolinea la complessità del testo senza che l'immagine distragga dall'ascolto, fra l'altro assume un'importanza particolare nella videografia di De André perchè è l'unico clip nel quale compare il cantautore stesso.
Nella prossima puntata vi dirò qualcosa dell'altro video di Salvatores: Mégu megún.



1990 - La domenica delle salme
Artista: Fabrizio De André
Regia: Gabriele Salvatores
Album: Le nuvole (1990)

venerdì 30 marzo 2012

Amore che vieni amore che vai - Un destino ridicolo

Maritza, "une belle noiseuse"

Se ogni tanto frequentate queso blog saprete che sono un grande appassionato della Citroen DS, un'auto d'epoca alla quale ho incautamente dedicato una rubrica. L'impresa, quasi sovrumana, è quella di censire tutti i film in cui la DS ha un ruolo.
Orbene, mentre ero impegnato nella ricerca di materiale on line per nutrire la mia passione mi sono imbattuto in una pellicola di cui ignoravo - horreur! - l'esistenza e nella quale compare una fantastica DS decappottabile. Niente paura, oggi parliamo del film, non dell'auto.
Questa misteriosa pellicola è nientemeno che Amore che vieni amore che vai, pellicola di Daniele Costantini liberamente tratta dal romanzo Un destino ridicolo, scritto a quattro mani da Alessandro Gennari e Fabrizio De Andrè, e scusate se è poco.
Il libro, che si presume parzialmente autobiografico, è ambientato nei primi anni 60 fra Genova e la Sardegna ed è popolato esattamente dal tipo di personaggi che vi aspettereste da un libro di De Andrè: prostitute, malavitosi, papponi, galeotti e tutta la varia e affascinante umanità che popola la zona del porto di Genova.

I tre protagonisti, improbabili carabinieri

La storia segue tre personaggi, il giovane Carlo (il multi-talentuoso Fausto Paravidino), strana figura di pappone-per-caso con tanto di mamma al seguito, il sornione Bernard (Massimo Popolizio, genovese vero) piccolo boss locale ed il sardo Salvatore (Filippo Nigro), appena uscito di prigione pensa bene di innamorarsi di una delle prostitute protette da Carlo, Veretta (Donatella Finocchiaro, brava e bella).
I tre, che mal si sopportano l'un l'altro, progettano il "colpo della vita", quello che risolverà una buona volta tutti i loro problemi. Salvatore potrebbe sposare la sua Veretta e tornare a fare il contadino in Sardegna, Carlo fantastica di trasferirsi ai caraibi con la bella e volubile Maritza (Claudia Zanella, una carriera a metà fra TV e grande schermo), Bernard invece non sogna nulla se non la ricchezza.
Il colpo tecnicamente riesce ma un imprevisto farà sì che la refurtiva sparisca in modo misterioso. Così Carlo cade in depressione per la perdita di Maritza, Veretta resta abbandonata e incinta senza saper più nulla di Salvatore,  Bernard...lui continuerà a dedicarsi al proprio business.
Il finale, non proprio a sorpresa, trasforma la tragedia in farsa: per i nostri personaggi si compirà un destino ridicolo e forse inevitabile in cui persino la redenzione ha come contraltare uno sberleffo.

Carlo "fa il giro" accompagnato da mammà
 
Nel complesso una produzione che pare fatta più per la TV che per il grande schermo, come se al dunque fosse mancato il coraggio di tentare un'impresa più ambiziosa.
La ricostruzione dei primi anni 60 è fatta più "a orecchio" che di rigore filologico, poco convincente nella scenografia e per nulla nei costumi, pare fatta per evocare più un'atmosfera che un vero e proprio periodo.
I costumi (opera di Elisabetta Montaldo ed Elisabetta Antico) ancorché poco credibili sono comunque belli
La fotografia di Alessio Gelsini Torresi (Ultrà, Vite Strozzate, Jack Frusciante è uscito dal gruppo) è un po' patinata, mi ha  ricordato un po' certe produzioni anni 80, sensazione non spiacevole.
Le auto sono molto belle: la Giulia dei carabinieri verde oliva e la DS cabrio azzurra di Bernard, sulla quale tornerò nella apposita rubrica ;-)

Veretta, bella e triste

Non ho letto il romanzo e non posso quindi giudicarne la riduzione in sceneggiatura, però il risultato è un film che si lascia guardare senza mai decollare davvero. Certo, il fatto che ci sia un pezzo da novanta come De Andrè alle spalle dell'operazione  - almeno a livello di ispirazione artistica - genera aspettative che forse non potrebbero in nessun caso essere soddisfatte, a mio avviso però il film manca dell'elemento che potrebbe costituirne invece il punto di forza: i personaggi. Potrebbero avere tutte le caratteristiche di quelli descritti in una canzone come La città vecchia, e invece manca proprio quello sguardo affettuoso e al tempo stesso spietato sulle miserie, la pochezza morale, la quieta disperazione di un'umanità che forse non ha mai davvero avuto una chance, e se l'ha avuta di certo se l'è giocata ai dadi.

Luciana - Tosca D'Acquino