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sabato 28 marzo 2015

Spectre - Read and be ready



Il 6 novembre 2015 sarà il giorno dell'uscita, in contemporanea mondiale, di Spectre, il 24° film di James Bond realizzato dalla EON productions.
La pellicola, perchè di 35 mm si tratta, in linea con l'amore per il vintage del personaggio principale, vede l'inatteso ma gradito ritorno alla regia di Sam Mendes dopo il superbo lavoro portato a termine con Skyfall. Il cast tecnico è confermato quasi in pieno, a parte la direzione della fotografia affidata al lanciatissimo Hoyte van Hoytema (Lasciami entrare, The Fighter, La talpa, Her, Interstellar). Sono estremamente curioso di vedere cosa si inventerà questa volta Daniel Kleinman per i titoli di testa, mentre è ancora un segreto chi sarà il performer della title song.

Il cast artistico vede la conferma degli interpreti di Skyfall, oltre all'immarcescibile Daniel Craig torneranno Ben Whishaw come giovane Q, Naomie Harris nel ruolo di Moneypenny e Ralph Fiennes come nuovo M. Le Bond girls saranno Léa Seydoux (che si è fatta le ossa nel genere con l'ultimo Mission Impossible) e Monica Bellucci che a 50 anni stabilisce il record di età per una Bond girl. I cattivi sono impersonati dall'ex wrestler Dave Bautista, da Jesper Christensen (che riprende il ruolo che aveva interpretato in Quantum of solace) e - si presume - da Christoph Waltz: anche se la natura del suo personaggio, villain o buono, non è stata confermata mi auguro ci regali un personaggio perfido ed irresistibile come solo lui sa fare. Nutro grandi aspettative anche verso l'interpretazione di Andrew Scott, l'impareggiabile Moriarty del serial Sherlock, un cattivo genuinamente perfido.

Le locations sono intriganti: Roma, Austria (sulle nevi di Solden), Messico e Marocco. Della trama si sa pochissimo, soltanto che vedremo il ritorno della Spectre, la enigmatica e superefficiente organizzazione spionistica, che nel progetto di reboot a lungo termine della saga di 007 non poteva certo mancare.

Nell'attesa di saperne di più, e soprattutto di vedere il film godiamoci un saporito antipasto: il trailer, fresco di giornata.





2015 - Spectre
Regia: Sam Mendes
Musica: Thomas Newman
Fotografia: Hoyte van Hoytema
Costumi: Jany Temime
Scenografia: Dennis Gassner
Titles: Daniel Kleinman

mercoledì 23 gennaio 2013

Django unchained - The D is silent


Buone notizie dall'inizio del 2013! Dopo un autunno avaro di pellicole di un certo interesse, con l'inizio del nuovo anno è in arrivo una notevole quantità di titoli carichi di aspettative, tanto che temo mi sarà difficile star dietro a tutto. L'inverno del nostro scontento sembra essere passato, almeno cinematograficamente.
Di Django Unchained avevo già detto qualcosa qui, ma dopo averlo visto c'è moltissimo da aggiungere; si pone come il secondo e "americano" episodio di una  trilogia di film "storici", iniziata con Inglorious Basterds e che si concluderà con Killer Crow, sulle gesta di una compagnia di soldati di colore subito dopo lo sbarco in Normandia (tema questo già affrontato da Spike Lee con il suo Miracolo a Santa Anna). 


Il concetto di film storico di Quentin Tarantino non passa per il filologico rispetto dei fatti, ma per la resa su schermo di un'atmosfera, un'idea di passato, con l'aggiunta di alcuni elementi pulp che da sempre caratterizzano lo stile dell'autore. Venendo al dunque, Django Unchained si propone come omaggio del regista al genere spaghetti western, in particolare a Django, mitico film di Sergio Corbucci con protagonista Franco Nero. Se nel film originale Django era un inquietante reduce dalla guerra di secessione che tornava a vendicare l'assassinio della moglie, trascinandosi dietro una bara dal misterioso contenuto, Tarantino ambienta il suo film qualche anno prima e centra il discorso sulla schiavitù (argomento evidentemente di moda, considerando la prossima uscita di Lincoln di Steven Spielberg). Django (Jamie Foxx, gran fisico) è uno schiavo di colore, che viene liberato da un eccentrico bounty killer tedesco, il Dr. King Schultz (Christoph Waltz, molto divertente), affinchè lo aiuti a trovare ed uccidere tre ricercati. Dopo questa prima avventura, i due decidono di continuare a lavorare insieme fino al disgelo, quando si recheranno in Mississippi per tentare di liberare dalla schiavitù anche la moglie di Django, Broomhilda (Kerry Washington, molto in parte), che nel frattempo è stata acquistata da un ricco possidente del sud, Calvin Candie (Leonardo Di Caprio, a cui la barba dona assai). Lo scontro con la cultura schiavista del sud si rivelerà però molto difficile da sopportare, più per Schultz che per Django, fino allo scatenarsi della crisi finale dove non mancano sparatorie , botte, sangue e vendetta, com'è nella tradizione del genere e del regista.


Gli attori sono diretti benissimo, oltre a quelli già citati è un vero piacere rivedere gente del calibro di Bruce Dern, Don Johnson, con un buffo pizzetto, Robert Carradine, fratello più giovane dei più famosi David e Keith,  e James Remar (il papà adottivo di Dexter nell'omonima serie). Samuel L. Jackson merita un discorso a parte, capace com'è di dare sostanza alla storia interpretando un personaggio che è la vera anima nera del plot. Franco Nero fa una divertente comparsata nel ruolo del proprietario di un lottatore nero che viene sconfitto dal mandingo di Calvin Candie; Tarantino lo ha da subito voluto nel film come personale omaggio al Django del 1966.
Come Tarantino ci ha abituati, la colonna sonora è entusiasmante (il regista ha utilizzato per la colonna sonora diversi esemplari dalla sua collezione personale di vinili d'epoca) e mischia grandi pezzi del passato, si passa dal tema originale di Django cantato da Rocky Roberts alla canzone scritta a quattro mani da Elisa e Ennio Morricone,al tema di Trinità (!) senza dimenticare la musica nera, John Legend, 2pac e James Brown.


La colonna sonora è in effetti una metafora efficace del film: dentro c'è di tutto, quasi che Tarantino si sia un po' fatto prendere la mano: c'è violenza splatter quanto mai, tutto il discorso sullo schiavismo (l'utilizzo e la ricorrenza della parola "negro" è esasperante, diventa fisicamente fastidiosa ad un certo punto del film, un effetto che ho molto apprezzato per la sua efficacia: è evidente che per gli schiavisti i neri non sono uomini, visto che non li definiscono mai così), c'è un pezzo esilarante sul ku klux klan, con la scena degli incappucciati che criticano la fattura dei cappucci. 
Il film, come sempre in Tarantino, è ricchissimo di citazioni e rimandi ai film più diversi, nella pagina wikipedia dedicata al film se ne contano circa una ventina, ma a cercarle potrebbero certamente essere molte di più.
 Il film di Corbucci era molto più dark, mentre in questo ci sono maestose riprese in esterni con piantagioni sconfinate, montagne inaccessibili, insomma si può godere del meglio che il paesaggio americano ci mette a disposizione, fotografato in modo molto luminoso.Come nel Django originale, le strade, anche in città sono viscidi pantani di fango, c'è una donna frustata e c'è una missione da compiere.



Il film è lungo quasi tre ore (un trend del 2013?) che scorrono veloci come il fiume Mississippi. Il film  - più di altri - esibisce la violenza rendendola a tratti insopportabile a tratti ridicola. Nella tradizione del western ci son panorami spettacolari, pistoleri velocissimi e letali, vecchi sdentati e negrieri spietati. Alcune sequenze rimarranno negli annali: le mie preferite sono il lunghissimo pianosequenza iniziale con gli schiavi incatenati, lo spruzzo di sangue sui fiori di cotone, la scena dell'uccisione del ricercato che sta arando il campo. Da manuale di sceneggiatura la scena della cena a casa Candie, che parte scanzonata e via via si fa più tesa, e fino all'ultimo non si sa se finirà in una bolla di sapone (come nella famosa sequenza della Sachertorte dello strudel in Inglorious Basterds) o in una carneficina.
Se da una parte il film ci rende orgogliosi - come Nazione - per essere stati capaci di reinterpretare così bene un genere tipicamente yankee che un regista a stelle e strisce lo prende ad ispirazione, dall'altro ci si potrebbe domandare quali strumenti abbia lo spettatore medio americano  per cogliere le finezze, come le musiche o come i passi di dressage che Django fa fare al cavallo nel finale, riprese pari pari da Lo chiamavano Trinità... La domanda evidentemente è oziosa: il box office sta premiando il film, i cui incassi hanno  già quasi doppiato il costo di produzione. 
Evidentemente - citazioni o no - il buon cinema non può non piacere!

2013 - Django Unchained
Regia: Quentin Tarantino
Fotografia: Robert Richardson
Scenografia: J. Michael Riva
Costumi: Sharen Davis
Montaggio: Fred Raskin



martedì 6 novembre 2012

Django unchained - Read and be ready



Read and be ready è il titolo che da oggi contrassegna i post dedicati ai film che usciranno in un futuro più o meno prossimo. Ovviamente non si tratterà di recensioni ma di qualche notizia sulla produzione di film che mi sembrano interessanti. La recensione verrà, a tempo debito
Parto in quarta con il primo post, il film è di quelli da non mancare, io mi sono già segnato in agenda la data della prima!

Sebbene l'uscita non sia ancora imminente nei cinema già se ne proietta il trailer; d'altra parte la notizia non è di tutti i giorni: Quentin Tarantino sta per tornare sugli schermi con un western! Dopo aver rivisitato il genere war movie con Inglorious Basterds questa volta tocca allo spaghetti western, e sarà Django unchained. Per chi ama la lucida e cinefila follia del regista di Knoxville posso anticipare che come sempre Tarantino è anche sceneggiatore e il cast è davvero stellare.
Per mantenere lo stile vintage dello spaghetti western Tarantino ha girato in formato anamorfico su pellicola 35mm (in parole povere una specie di evoluzione del Cinemascope) e si è affidato per lettering e grafica ad un designer italiano, Federico Mancosu, il cui lavoro, che potete ammirare qui e qui, ha fatto da solidissima base per le integrazioni dei grafici americani.


Nel ruolo del protagonista, lo schiavo nero Django, appare Jamie Foxx, anche se il ruolo era stato offerto in origine a Will Smith e Idris Elba (protagonista della serie inglese Luther, il che potrebbe aver avuto un peso nella mente di Tarantino). Il coprotagonista è Christoph Waltz, ormai affermato ad Hollywood, mentre il ruolo del cattivo se lo è accaparrato Leonardo Di Caprio, a cui la mefistofelica barbetta sembra donare molto. Ruoli secondari sono accreditati a Samuel L. Jackson, Don Johnson e Bruce Dern.
Hanno rischiato di partecipare, ed è un vero peccato che non possano far parte del progetto, anche Kurt Russel, Kevin Costner, Sacha Baron Cohen e il lanciatissimo Joseph Gordon-Levitt.


La trama ovviamente non ha nulla a che vedere con il Django originale di Sergio Corbucci con Franco Nero, che apparirà però in un cameo (o speriamo anche qualcosa di più). Lo schiavo Django viene acquisito da un eccentrico cacciatore di taglie, il dr. Schultz, per farsi aiutare a uccidere i banditi fratelli Brittle in cambio della libertà. Django ormai "scatenato" decide però di ritrovare la moglie, venduta tempo prima come schiava al cattivo Candle.  Si prevede una lunga catena di morti violente.

Tarantino, con mossa geniale, ha fissato l'uscita del film negli USA per il giorno di Natale. Qui da noi arriverà  più o meno per l'epifania, che pur portandosi via le feste ci lascerà quello che si preannuncia come un nuovo capolavoro.
Il trailer USA (è sottotitolato) è molto più figo di quelli che stanno circolando in questo periodo in Italia, spero vi piacerà quanto è piaciuto a me.



2013 - Django Unchained
Regia: Quentin Tarantino
Fotografia: Robert Richardson
Scenografia: J. Michael Riva
Costumi: Sharen Davis


giovedì 6 ottobre 2011

Carnage - You can't always get what you want



Carnage segna il rientro di Roman Polanski dopo il deludente (e noioso) The Ghost Writer. Presentato a Venezia, non ha raccolto premi, rischia però di rifarsi al botteghino. Diciamo subito che l'operazione è di quelle che fanno esclamare "ne facessero di più di film così!". Carnage concilia un umorismo acido con una amara riflessione di costume. Per la caratteristica di essere girato praticamente in un unico ambiente (il soggiorno della famiglia Longstreet), ci ha fatto pensare a Buried, solo che Polanski nella cassa ci mette non una ma quattro persone, e poi si diverte a guardare cosa succede.


La trama, tratta da una pièce teatrale, è composta quasi di nulla. L'antefatto ci mostra due ragazzini picchiarsi in un parco cittadino. I genitori del piccolo aggressore, i Cowan si recano a casa di quelli della vittima, i Longstreet, per dirimere la questione e stabilire come comportarsi. Passeranno la giornata intenti in un gioco al massacro psicologico, che attraverso un continuo cambio di alleanze (Cowan vs Longstreet, uomini vs donne, etc..) lascerà i personaggi (tutti?) nudi e disarmati di fronte alla propria irredimibile meschinità.


Il film utilizza praticamente un solo ambiente: la casa - ed in particolare il soggiorno - della famiglia Longstreet. Si intuisce l'ambientazione newyorchese dal paesaggio che si intravede dalle finestre, ma Parigi, Londra, Bruxelles non avrebbero tolto nulla all'efficacia della storia. Probabilmente se il film è ambientato negli States è più appetibile per quel mercato. La casa, dicevamo, riflette perfettamente i Longstreet o meglio riflette perfettamente l'idea che i Longstreet vorrebbero avessimo di loro: un affastellamento senza costrutto di libri di arte e pezzi di arredamento di design, senza tuttavia un'idea che armonizzi tanta cultura. Come vedremo, non è un caso!
I movimenti di macchina alternano riprese degli ambienti a movimenti in soggettiva, quasi in fish-eye sui singoli personaggi. Ci siamo chiesti per lunghi minuti se la soggettiva cambia in base al personaggio di cui assume il punto di vista (più in alto per la Winslet, più in basso per la Foster, per capirci). Alla fine abbiamo concluso di no, ma l'impressione è comunque quella di trovarsi in mezzo al battibecco.

I costumi riflettono lo stereotipo dei personaggi: i Longstreet, la famiglia liberal, indossano sobri maglioncini, mentre i Cowan, la famiglia in carriera, si presentano in elegante completo e soprabito lui e professionale gonna longuette nera con camicia bianca e filo di perle lei.


Gli attori  sono tutti bravissimi e di grande esperienza,  resistono alla tentazione di gigioneggiare rubandosi la scena a vicenda, meritano un'occhiata ciascuno:

John C. Reilly (una carriera straordinaria premiata -finora- da una candidatura all'Oscar per Chicago) interpreta Michael Longstreet, venditore di sanitari e accessori per la casa. Rappresenta l'americano medio, in bilico fra ragionevolezza e tentazione di risolvere le cose "fra uomini". Tenta di dare un'immagine di sè un po' più elegante di quello che non è, ma una volta scoperto sembra che abbia una gran voglia di mandare tutti al diavolo e andare a farsi una passeggiata nella prateria.

Jodie Foster è Penelope Longstreet, aspirante scrittrice di denuncia sociale sui temi dell'Africa. Si sente migliore del mondo che la circonda e non si capacita di come tutti gli altri non condividano il suo modo politicamente corretto di vedere le cose. La Foster si conferma attrice di categoria superiore, basta vedere come riesce a vibrare di sdegno gonfiando la vena della fronte: monumentale!

Kate Winslet una meravigliosa prova, secondo noi di magistrale misura, nel ruolo di Nancy Cowan, madre in carriera oberata dallo stress e dai sensi di colpa mai sopiti nel rapporto con il figlio. In continua oscillazione fra rassicurazione (siamo adulti, siamo ragionevoli...) e isteria. Due scene tutte da godersi in poltrona:quando vomita sui preziosi libri d'arte di Penelope e quando impazzisce perchè le maltrattano la borsa (come non solidarizzare??)!

Last but not least Christoph Waltz - Alan Cowan, il papà del piccolo aggressore. Waltz, che tutti ricordiamo magistrale "cacciatore di ebrei" in Inglorious Basterds, interpreta qui un altrettanto  luciferino personaggio, avvocato di fantomatiche amorali multinazionali farmaceutiche. Da ogni sua parola, da ogni alzata di sopracciglio partono sciabolate sulle ipocrisie e le contraddizioni degli altri personaggi. Da vero "dio della carneficina" (titolo originale della piece da cui è tratto il film) è l'unico personaggio che, nella propria totale amoralità ed indifferenza per il prossimo, mantiene una tragicomica coerenza.

Il film annovera fra i suoi pregi anche quello di non dilungarsi oltre il necessario, 80 minuti circa. Da più parti si è letta l'ipotesi che Polanski con questo film avanzi una critica alla società borghese. A nostro avviso si spinge invece molto più in là: la critica, spietata è per tutta la società occidentale, ormai incapace di contestualizzare e dare l'adeguato peso persino a una banale baruffa fra ragazzini. I personaggi di Carnage hanno desideri a cui non sanno come dare forma, si perdono in oceani di parole, cortesie di facciata, piccole e grandi ipocrisie nel disperato tentativo di trovare una soluzione condivisa, quando - ma ormai ce lo siamo dimenticati un po' tutti - un paio di sganassoni bene assestati ed una settimana senza Nintendo avrebbero forse raggiunto con sufficiente efficacia gli scopi educativi dei personaggi.



All'uscita dalla sala ci si scopre divertiti, ma fatalmente torna in mente la profezia degli indiani Hopi citata in Koyaanisquatsi di Godfrey Reggio: "È possibile che un giorno un recipiente di cenere sia scagliato dal cielo, che arda la terra e faccia ribollire gli oceani." Se davvero le cose stanno come ci fa vedere Polanski, quando succederà potremo ben dire di essercelo meritato!