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domenica 6 ottobre 2013

Gravity - Too tough to die


Quell'inguaribile ottimista di Alfonso Cuarón, dopo l'apocalittico e violento I figli degli uomini torna con una pellicola ambientata là dove non c'è suono, nella calma assoluta dello spazio profondo, molti e molti chilometri sopra la superficie terrestre.


Il film si apre con una meravigliosa inquadratura del telescopio spaziale Hubble, affiancato da uno Space Shuttle impegnato in una missione di manutenzione, sullo sfondo il pianeta azzurro, la Terra, si offre in tutta la sua bellezza. Mentre una squadra di astronauti è impegnata in una passeggiata spaziale, uno sciame di detriti spaziali ad altissima velocità causato dall'esplosione di un satellite russo investe lo shuttle uccidendone tutti gli occupanti: gli unici sopravvissuti alla catastrofe sono il veterano dello spazio Matt Kowalsky e la "specialista di missione" alla sua prima esperienza spaziale, la dottoressa Ryan Stone (una biologa che per oscure ragioni ripara schede elettroniche sul telescopio spaziale). Le telecomunicazioni con la Terra sono completamente saltate, i due sono soli nell'immensità, senza alcun possibile aiuto su cui contare. Con mossa disperata, decidono di tentare di raggiungere la stazione spaziale orbitante ISS, spostandosi nello spazio grazie al "jet pack" di Kowalsky. Inizia così una vera odissea nello spazio nel corso della quale la dottoressa Stone dovrà dare fondo a tutte le sue energie nella missione impossibile di riportare la pelle a casa


Il film è stato scritto dallo stesso Cuarón insieme al figlio trentenne Jonás, ha penato un po' per trovare qualcuno che lo producesse ed è poi stato tenuto - chissà perchè - nel cassetto dalla Warner per un paio  di anni. Le interpretazioni di George Clooney nei panni del pilota freddo ed esperto, e sopratutto di Sandra Bullock in quelli della dottoressa spaventata ma pur sempre coriacea sono coinvolgenti, la Bullock in particolare tiene il film praticamente da sola per tutto il tempo, oltre a sfoggiare un fisico incredibilmente "fit" alla soglia dei cinquant'anni.
La fotografia è di Emmanuel Lubezki, messicano come il regista, e si giova di bellissimi pianosequenza (sono soltanto 156 le inquadrature su cui si fonda il film) fra cui alcune aurore "standard" e un'aurora boreale che varrebbero da sole il prezzo del biglietto (la NASA ha contribuito al progetto mettendo a disposizione del materiale video).


L'unico dubbio che resta all'uscita della sala è se questo film abbia un senso al di là di quello di esistere. Il messaggio di fondo è ben riassunto dal claim del film "never let go" ed in effetti al dottoressa Ryan ce la metterà proprio tutta per non mollare mai, messaggio importante per carità, però suvvia...
Alla fine il film si regge sul riprendere due uomini soli persi nell'immenso nel quale sono destinati a sparire, Kowalski all'inizio si dimostra più vivo di una Ryan ormai robotizzata, de-umanizzata dal dolore per la perdita della figlioletta. Nel corso della sua odissea la protagonista impara ad amare la vita proprio per il fatto di essere immersa in un elemento nel quale è impossibile vivere (e la riemersione dalle acque segna simbolicamente una Ryan rinata).


Gravity è un film di molta tecnica, mischiata con il giusto livello di tensione. Della verosimiglianza scientifica non è neppure il caso di parlare, ma per chi saprà passarci sopra è assicurata un'ora e mezza di fiato sospeso e immagini che meritano un solo aggettivo: spaziali.


2013 - Gravity
Regia: Alfonso Cuarón
Sceneggiatura: Alfonso e Jonás Cuarón
Fotografia: Emmanuel Lubezki


mercoledì 8 giugno 2011

The tree of life - the answer is blowing in the wind


Ispirati ed incuriositi dalla vittoria al festival di Cannes, non potevamo perderci l'occasione di vedere per voi The tree of life, ultima opera di Terrence Malick (La rabbia giovane, I giorni del cielo, La sottile linea rossa, Il nuovo mondo), stravagante autore texano da sempre in odore di genialità. Il problema con questo tipo di film è che viene preceduto dalla propria fama rendendo assai difficoltoso evitare il pre-giudizio. Sgombriamo subito il campo dai possibili malintesi: Malick sta al cinema circa allo stesso modo in cui James Joyce sta alla letteratura: per apprezzarlo è rilevante lo stato d'animo del momento, non va scelto se avete in mente una serata memorabile in compagnia di un partner che ama i film d'azione o le commedie romantiche!
Se invece, come Malick, avete sempre avuto interesse per le domande fondamentali, allora sì, mollate tutto e dirigetevi al cinema più vicino, qui c'è pane per i vostri denti!
A dispetto delle domande "importanti", il film non si nasconde dietro grandi metafore, nulla viene omesso, nulla resta non detto, il che implica una durata di quasi due ore e mezza, che passano senza eccessiva difficoltà.


Non si può parlare di trama in senso stretto, diciamo che il film accosta un piano universale ad uno personale, simbolizzato dalla vicenda di Jack (interpretato da adulto da un mito vivente, Sean Penn, da ragazzo dal giovane e talentuoso HunterMcCracken), che vediamo crescere in una tipica famiglia americana degli anni 50 in cui il principio maschile è rappresentato attraverso un padre autoritario (Brad Pitt, estremamente convincente) e quello femminile da una madre amorevole (Jessica Chastain, in stato di grazia; la attendiamo nel prossimo Coriolano di Ralph Fiennes).
Spesso al posto del dialogo vengono riportati i pensieri dei personaggi, come un semplice sussurro fuori campo.
Vediamo Jack, ed i suoi genitori, sperimentare gioe e dolori: la nascita dei figli, la lacerante perdita di uno di essi, fortune e miserie lavorative, l'intimità, l'incomprensione che porterà Jack ed il padre ad allontanarsi, pur consapevoli di essere l'uno lo specchio dell'altro. Ritroviamo Jack affermato professionista in una moderna metropoli, alle prese con le domande fondamentali: CHI? PERCHE'? COSA DEVO FARE?
Il montaggio - estremamente complicato - destruttura la trama in frames scollegati dall' asse temporale. Alla vicenda umana si giustappone quella universale, un discorso che Malick riprende veramente dall'inizio, dal big bang fino alla nascita del mondo e delle ere. Questa parte del film si compone di immagini struggenti che non solo a noi - a quanto si legge nelle critiche - hanno ricordato Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio. La lunghezza, e in qualche modo la prolissità di questa parte del film, hanno suscitato polemiche rispetto alla loro reale necessità. A nostro parere, pur essendo la sintesi un dono, senza questa lunga parentesi il film non sarebbe la stessa cosa, sprofondatevi nella poltrona e godetevi semplicemente la bellezza delle immagini; condensare la storia della vita in alcune decine di minuti denota concisione!


Un plauso a Emmanuel Lubezki  (messicano, a dispetto del nome - una filmografia troppo lunga per poter essere citata), magistrale direttore della fotografia. Ci è piaciuta moltissimo la luce con cui riprende la famiglia di Jack.
Bellissimi i costumi di Jaqueline West, perfettamente calata nell'atmosfera anni 50.


In conclusione il filosofo Malick realizza un film complesso per giungere a conclusioni semplici: ogni minuto non speso con amore è un minuto perso. Come scoprirà il padre di Jack, siamo troppo piccoli per illuderci di contare qualcosa in questo universo. Però - come ruiscirà a Jack adulto - possiamo cogliere, magari nel volo di uno stormo di uccelli fra assurdi grattacieli, in un albero verde piantato nel cemento, in un filo di vento, LA risposta che Malick ci esplicita nell'ultima immagine: un ponte lanciato verso l'orizzonte.