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lunedì 13 gennaio 2014

Dal Profondo


La Sarraz Pictures è una piccola casa di produzione torinese specializzata in documentari, a cui si devono anche alcuni gioielli di fiction, ad esempio l'inconsueto e geniale Sette opere di misericordia. Tornando ai documentari, un anno e mezzo fa circa durante una proiezione al Museo del Cinema di Torino, avevo avuto l'occasione di conoscere ed intervistare Francesca Balbo, autrice di un delicatissimo documentario sulle ultime casellanti di una linea ferroviaria che si trova in Sardegna, Cadenas. A distanza di diciotto mesi, La Sarraz torna con un nuovo documentario, sempre ambientato in Sardegna, che parla ancora di un mestiere che va scomparendo e dello strano rapporto fra i lavoratori ed un lavoro strano e difficile, ma affascinante.

Dal Profondo è, appunto, un documentario girato da Valentina Pedicini all'interno della miniera Carbosulcis, ormai in via di dismissione (oggi è in fase di chiusura). Sorprendentemente fra i minatori vi è anche una donna, Patrizia, che si fa mentore dell'autrice e dello spettatore in un viaggio all'interno dello strano universo parallelo che si trova 500 metri sottoterra, abitato da personaggi veri, sorprendenti e commoventi. 


La pellicola mostra il lavoro all'interno della miniera, la protesta sindacale dei minatori contro la paventata (e in seguito effettivamente attuata) chiusura della miniera e le riflessioni personali di Patrizia e di alcuni dei suoi colleghi, ripresi sempre all'interno delle gallerie scavate nella roccia, a volte amare, a volte ironiche, sempre di un'autenticità commovente, anche quando - come espediente documentaristico - la Pedicini sceglie di "mettere in scena" i minatori riprendendoli mentre chiacchierano, o addirittura facendoli guardare in camera, quasi che la rottura della quarta parete potesse portarci lì, al loro fianco.


Le difficoltà tecniche ed amministrative di girare un film all'interno quella che è pur sempre una azienda, per quanto piuttosto inconsueta, le possiamo solo immaginare. A riprova, invece, della perizia tecnica con cui è realizzato Dal profondo ha vinto il premio come miglior documentario italiano all'ultimo Festival di Roma. Oltre a un soggetto originale e sviluppato con intelligenza, il film può vantare un 'ottima tecnica realizzativa: alcuni dolly sono davvero magistrali, la luce è utilizzata in modo molto suggestivo e con sicura efficacia: in alcune soluzioni mi ha ricordato nientemeno che qualche passaggio di Cave of forgotten dreams di Herzog, forse per l'analoga ambientazione sotterranea.  Di grande impatto la scena all'inizio del film con il montacarichi che lentamente scende nelle viscere della terra accompagnato dai pensieri di Patrizia; personalmente ho molto apprezzato anche la scena girata nelle docce con i minatori che cantano - con ottima tecnica, complimenti vivissimi - la Turandot.
Molto suggestiva la sequenza finale, con un ritorno alla luce che sa di sconfitta, con un paesaggio volutamente desolato oltre i mucchi di carbone ormai inutilizzato: il compimento del rovesciamento logico che rende la buia e malsana miniera un luogo quasi sacro, mentre al di fuori non c'è che un territorio ostile.


I "minatori del Sulcis" costituiscono un'immagine un po' stereotipata nell'immaginario comune, Pedicini ci porta a vederli da vicino: possiamo così scoprire la dignità, la cultura e il senso di appartenenza che contraddistinguono coloro che hanno scelto di fare questo strano mestiere. 
Un mestiere che - un po' come per le casellanti di Cadenas - forse davvero non ha più senso di esistere malsano, povero e faticoso com'è. Proprio per questo però gli uomini e le donne che per generazioni vi si sono dedicati meritano almeno una memoria dei loro sacrifici e del loro duro travaglio quotidiano e il film in questo rende loro piena giustizia. 
In calce riporto il programma delle proiezioni italiane nelle prossime settimane; lasciatevi sorprendere da un vero e proprio universo sotterraneo che, nonostante il tema poco accattivante, al termine dei settanta minuti vi avrà coinvolto, interessato e commosso. 


2013 - Dal Profondo
Regia: Valentina Pedicini
Fotografia: Jakob Stark
Suono: Martin Fliri
Musiche: Federico Campana

Programmazione Gennaio 2014

30 gennaio e 2 febbraio
Trieste
Cinema Dei Fabbri
Via Dei Fabbri 2/A

17 gennaio
Bergamo
 ore 21:00
Teatro Tascabile di Bergamo
Via Boccola, ang.Piazza Mascheroni

15 e 22 gennaio
Milano
 ore 18:45 e 21:00
Cinema Palestrina
Via Giovanni Pierluigi da Palestrina, 7

15 e 16 gennaio
Borgomanero (NO)
 ore 21:15 (15/01) e 20:30, 22:00 (16/01)
Cinema Nuovo
Via IV Novembre, 25

dal 10 al 13 gennaio
Castelceriolo (AL)
 ore 21:30 
Cinema Macallè
Via Marsala, 1

lunedì 18 giugno 2012

Cadenas - intervista a Francesca Balbo



Non è frequente su questo blog occuparsi di documentari, di quando in quando ci sono però pellicole che è un vero piacere segnalare. La Sarraz Pictures, piccola e pluripremiata casa di produzione torinese, ha organizzato una proiezione torinese di Cadenas di Francesca Balbo, giovane autrice milanese al primo lungometraggio, e non mi sono lasciato sfuggire l'occasione.
La pellicola, realizzata in tre mesi di lavorazione fra l'autunno e l'inverno del 2010, mostra il lavoro quotidiano delle addette al controllo dei passaggi a livello di una piccola linea ferroviaria locale della Sardegna che si trova in una delle parti forse meno turistiche dell'isola, a nord di Cagliari. Qui la strada ferrata, costruita sul finire dell' 800, un tempo costituiva l'unico mezzo di collegamento fra i vari paesini; la rete stradale era infatti ancora assai poco sviluppata ed i passaggi a livello si trovavano di fianco alla casa cantoniera, dove viveva tutta la famiglia del cantoniere, la cui moglie tradizionalmente apriva e chiudeva con catene (le "cadenas" del titolo) il passaggio stradale. Con l'andare del tempo e lo sviluppo del trasporto su gomma la rete ferroviaria ha perso sempre più importanza, le case cantoniere sono state via via abbandonate, ma il mestiere di casellante si è tramandato al femminile, quasi di madre in figlia. Oggi (ma sarebbe forse meglio dire: per ora) questa linea è l'unica ferrovia rimasta in Europa priva di passaggi automatizzati, e le addette al controllo del passaggio sono sempre lì, fino a dodici ore al giorno, ad attendere il transito del prossimo treno, spesso senza il conforto di un riparo adeguato.


L'ora di durata del film scorre in modo molto fluido, mostrando il quotidiano di noia, alienazione, ossessione per il tempo, ma anche la dedizione e l'esemplare senso di responsabilità di queste singolari lavoratrici.
La Balbo, peraltro, dimostra grande equilibrio nella "narrazione", senza scadere mai nel giudizio superficiale. L'approccio scelto è quello di farsi occhio per lo spettatore, a cui viene lasciato il compito di elaborare la propria opinione personale.

Nel breve dibattito che segue alla proiezione qualcuno evoca il genere western, accostamento comprensibile se si pensa alla bellezza ed all'ampiezza dei panorami ed a una natura ancora in grande parte selvaggia. Inoltre il tema della ferrovia è un classico topos del west.  Nel western però la ferrovia ha sempre rappresentato il progresso, in contrasto con il romanticismo della natura incontaminata, qui invece pare che  il treno sia "già passato" e le casellanti siano rimaste dimenticate a guardia di un varco dove non attraverserà più nessuno, in un compito tanto romantico quanto malinconico.
La visione della pellicola offre diversi spunti di riflessione: è una terra che lega i propri figli quasi trattenendoli con invisibili catene. Certo, le immagini mostrano una realtà molto circoscritta geograficamente, ma come sempre nel miglior cinema ciò che vediamo sullo schermo rappresenta istanze potenzialmente universali: su tutto spicca l'idea di  un territorio dal quale si vorrebbe fuggire per quanto poco ha da offrire in termini di risorse ed inevstimenti, ma da cui non ci si riesce a distaccare a causa delle necessità economiche immediate, della mancanza di alternative o del radicamento in un posto che è pur sempre casa.  Problemi, quindi, che sono attuali e non certo nella sola Sardegna.


Dopo la proiezione ho avuto la fortuna di poter fare qualche domanda in esclusiva a Francesca, molto paziente anche dopo essersi sottoposta ad una raffica di domande da parte del pubblico:

TTM:  Da quanto tempo fai film?
FB: domanda difficile. "Fare film" prevede una consapevolezza sul linguaggio delle immagini, un'idea di impianto narrativo e una collocazione all'interno di un mercato che ho raggiunto da poco (soprattutto l'ultima cosa). Diciamo che faccio i video da un sacco di tempo, ma lavori distribuiti o comunque inseriti in un circuito di visibilita' ne ho 3, Cadenas compreso.


TTM: Come hai deciso di farne una professione?
FB: Ci sono decisioni che non si prendono a tavolino ma crescono nel sottobosco del tuo essere come la gramigna nel giardino e a un certo punto devi scegliere se prendere atto di quello che sei o darti all'ippica. Per quanto riguarda il termine "professione"... c'e' da capirsi: se intendiamo una cosa che fai con energia e determinazione, grandi  sofferenze e grandi soddisfazioni, barcamenandoti per tirare la fine del mese riuscendo a sopravvivere con le piu' varie attivita' allora ecco, questa si che e' la mia professione.

TTM: Molto spesso chi sogna di fare cinema sogna di fare fiction, tu invece hai deciso di dedicarti al documentario, un genere nel quale è sicuramente più complicato raggiungere una certa visibilità.
FB: non ho mai sognato di fare film di finzione. Non ho mai sognato la finzione nella vita, non e' il mio stile. Quando ero alla scuola di cinema, durante il corso di fotografia il docente propose una sorta di gara: descrivere un'immagine, una sola, che evocasse qualcosa, vinceva la piu' evocativa. Io vinsi descrivendo un'immagine inquietante che avevo visto qualche giorno prima: fu molto semplice trovare nella realtà qualcosa di significativo a cui il nostro immaginario bombardato di visioni collegasse stati d'animo o riferimenti culturali. Al contrario, non avrei saputo 'inventare' qualcosa che facesse muovere i sentimenti.

TTM:  Quali progetti per il futuro? Stai già lavorando a qualcosa di nuovo?
FB: per il momento ho un biglietto per il mare :) Sono mamma single da un anno e mezzo e questo e' un grande progetto che va nutrito con tempo e passione. Ora tocca a lui!



Cadenas, ammesso in concorso al festival Visions du Réel di Nyon,  è già stato presentato in 15 serate presso sale selezionate in tutta Italia.
Chi può non si perda una delle prossime proiezioni: il 18 giugno a Capalbio (Sala Tirreno), il 19 a Genova (Cinema Sivori) e a  Milano (Cinema Palestrina), il 28 a Borgomanero al Cinema Nuovo.
Chi volesse trova qui il trailer
Per chi invece desiderasse approfondire in loco, magari durante le prossime vacanze, consiglio una visitina qui.


Un grazie per le foto a La Sarraz Pictures s.r.l.