martedì 15 novembre 2011

Warrior - Tough guy


Warrior è un film della crisi, evidente prodotto di una temperie come quella attuale, in cui spesso non sembrano esserci opzioni vincenti: si può solo decidere come perdere. E', altresì, un film sulla disperazione. Tutti i personaggi principali sono schiavi di un passato da dimenticare ed un presente che propone più problemi che soluzioni. Ma è anche un film di lotta, dove il ring è rappresentazione del quotidiano patire, della fatica per raggiungere i propri obiettivi, della motivazione interiore di cui abbiamo bisogno per continuare a guardare avanti.


Paddy Conlon - un Nick Nolte magistrale - è un vecchio allenatore di lottatori, alcolista sulla via della riabilitazione (si capisce che è irlandese perchè indossa una coppola di lana spessa anche al chiuso). Dei due figli e della moglie sa ormai poco o nulla. Brendan, il maggiore vive in un'altra città con la moglie e le due figlie bambine e non vuole avere più contatti col padre. Tommy, il figlio minore, è scappato di casa anni addietro con la madre. Ma Paddy è stato anche un eccezionale maestro di arti marziali per i figli: Tommy in particolare da ragazzo ha inseguito il record di imbattibilità, prima di darsi alla fuga.
Un giorno Tommy torna a casa per chiedere al padre di allenarlo per Sparta, un torneo di MMA (una disciplina di arti marziali particolarmente violenta e spettacolare). Il vincitore vincerà cinque milioni di dollari. Tommy conta di vincere la somma per devolverla alla famiglia di un suo commilitone morto in Iraq, dove Tommy - arruolatosi nei marines - ha eroicamente salvato la vita di alcuni soldati in difficoltà durante un attacco nemico.
Il figlio maggiore, Brendan, ha invece abbandonato la carriera di lottatore dopo un incontro finito male, per insegnare nel locale liceo. La crisi finanziaria lo mette in condizioni di non poter onorare il mutuo che ha contratto per pagare la casa in cui vive con la famiglia. Decide allora di riprendere a combattere per guadagnare il necessario a mantenere la famiglia.
I due passando per vicende diverse ma parallele si ritroveranno al torneo SPARTA, dove Tommy farà strada grazie alla propria rabbia e Brendan per la capacità di soffrire. Si fronteggeranno proprio nell'incontro finale, un combattimento dal quale solo uno può uscire vincitore.


Il film non si cura della verosimiglianza: i rapporti fra i personaggi sono quasi stilizzati, Tommy odia il padre per aver reso impossibile un vita normale nella gioventù e Brendan perchè preferì restare e formarsi una famiglia invece di scappare insieme al fratello ed alla madre. Paddy odia se stesso per aver rovinato la propria vita e quella dei figli a causa dell'alcolismo. Brendan afferma e si sforza di non odiare nessuno, ma non vuole avere contatti col padre e non vede il fratello da anni. Infine Tess (Jennifer Morrison, la Cameron di Dr House), mogliedi Brendan, odia Paddy e Tommy e sopratutto -  comprensibilmente - odia veder combattare il marito. Il susseguirsi degli eventi fa sì che i fratelli, entrambi newcomers nelle classifiche mondiali, riescano ambedue a partecipare al torneo con i migliori sedici lottatori del mondo. Negli incontri ovviamente i più grandi atleti mondiali vengono sbaragliati da i due fratelli senza eccessivi problemi.
Ma quando mai il compito del cinema è stato quello di inseguire il verosimile? In compenso Gavin O'Connor (Miracle, Pride & Glory) si conferma regista di sentimenti forti e ci regala quasi due ore e mezza equamente distribuite fra l'illustrazione dei rapporti e delle motivazioni dei personaggi nella più lenta prima parte, per passare al torneo con un'esplosione di adrenalina e violenza ed un totale cambio di ritmo.


Tom Hardy (Black Hawk Down, Marie Antoinette, Rocknrolla, Inception) è, come direbbero i Beastie Boys, un "tough guy": una vera montagna di muscoli con deltoidi da campionato del mondo. Interpreta un Tommy segnato da un passato fatto di solo dolore. E' ormai una vera macchina da distruzione, senza sentimenti, senza rimorsi, senza pietà, e infatti è imbattibile. Non vuole ormai nulla per sè, ma desidera sottrarre almeno la famiglia del suo fraterno compagno d'armi al destino che lo ha segnato così profondamente, e abbatte con cieca violenza ogni ostacolo che si frappone fra lui ed il suo obiettivo. 

Joel Hedgerton, (Star Wars: Episodio II - L'attacco dei cloni, King Arthur, Star Wars: Episodio III - La vendetta dei Sith) è un Brendan disperato e molto umano nello sconfinato amore per le figlie, per le quali si dimostra pronto ad andare oltre ogni limite. Non è il più forte, non è il più tecnico, non è il più pazzo. Ma forse solo lui sa davvero per cosa sta lottando.


I corpi dei lottatori si torcono e si squassano nell'ottagono con la gabbia, quasi a immagine del tormento interiore dei protagonisti. Riuscirà Paddy a riconquistare un rapporto coi figli? Riuscirà Tommy a trovare la pace nella distruzione di tutto ciò che lo circonda? Riuscirà Brendan a salvare famiglia, lavoro e matrimonio? O invece i tre sono destinati a distruggersi l'un l'altro non solo  fisicamente?

E' un film di uomini veri, Warrior, in cui si mostra chiaramente come a volte ci sono problemi che non si possono risolvere parlando. Bisogna accettare di scendere nella gabbia (metaforica o reale, poco cambia) ed accettare di picchiare duro ed essere picchiati a propria volta.
E' un film di crisi e disperazione , Warrior, ma a ben guardare indica anche una via. C'è sì la lotta ed il dolore nel tentativo di raggiungere l'agognato premio; ma a che mai potrebbe servire tutto quel denaro quando tutto il resto è andato perduto?
La salvezza, ci ammonisce O'Connor non sta nel denaro, ma nella riconciliazione e nella fratellanza.
Vale per la famiglia Conlon, vale per noi. Sempre, ed ultimamente più che mai.


lunedì 7 novembre 2011

Le avventure di Tintin: il segreto dell'unicorno


A circa 40 anni dall'ultimo film, Tintin torna sul grande schermo. Il progetto è firmato da Steven Spielberg nelle vesti di regista e Peter Jackson (di cui aspettiamo con trepidazione il prossimo Lo Hobbit) come produttore. Se aggiungiamo che il film si presenta con contenuti tecnici di grande impatto come la realizzazione in 3D e, soprattutto, le riprese effettuate con la tecnica del motion capture, ce n'è più che abbastanza per attirarmi in sala.
Prima però una riflessione sul 3D. Questio tipo di tecnologia dovrebbe essere ormai consolidato, tuttavia mi pare che venga utilizzato più come "ariete mediatico", che come reale plus espressivo. Inoltre il fatto di dover indossare gli occhialini mi infastidisce: ne ho comprati diversi ed ogni volta continuo a ricomprarli perchè non mi ricordo dove li ho messi, o se li ho buttati. Per soprammercato in tutti i titoli che ho visto in 3D,  nei primi minuti l'effetto è piuttosto eclatante, per poi affievolirsi dopo poco. Solo un effetto dato dall'abituarsi degli occhi? Fate la prova: togliete gli occhiali in qualche scena e se ci vedete bene vuol dire che sostanzialmente l'effetto 3D non c'è. Fine dell'invettiva.


Tornamo dunque ad argomenti più divertenti: l'idea è quella di rispolverare un classico del fumetto anni 30 utilizzando attori "veri" per fare da base al disegno animato. In breve, gli interpreti recitano con una serie di sensori addosso per registrarne i movimenti attraverso uno speciale sistema di telecamere. In seguito il movimento viene "vestito" con il disegno, rendendo possibile una aderenza al fumetto favolosa conservando d'altro canto una autentica "interpretazione" dei personaggi da parte degli attori.


La sceneggiatura è ispirata alle storie originali pubblicate nella prima metà degli anni 40: il famoso reporter Tintin passeggiando in un mercatino delle pulci si imbatte in un modellino di una nave del 700. Il modelllino contiene però un indizio indispensabile per trovare un tesoro nascosto da secoli, sulle cui tracce si trovano l'infido Sakharine i servizi segreti ed anche l'interpol, con gli impagabili agenti in bombetta Dupont & Dupond.
In una sarabanda di peripezie che lo porteranno a bordo di un cargo, il Karaboudjan, con un comandante alcolista tenuto pigioniero dalla propria ciurma ormai passata la servizio di Sakharine. Proprio il comandante, il capitano Haddock, si rivela essere una delle chiavi per la soluzione del mistero.
Tintin ed Haddock decidono di unire le forze ed in un susseguirsi mozzafiato di fughe su scialuppe di salvataggio, furti di idrovolanti, e avvicenti duelli fatti utilizzando delle gru portuali al posto delle spade, rincorreanno gli indizi seminati da un coraggioso antenato di Haddock, ma soprattutto si scopriranno inseparabili amici, pronti a partire per la prossima avventura.



I "costumi", o meglio l'abbigliamento dei personaggi, così come le scenografie, hanno uno spettacolare livello qualitativo, restando insieme fumettistici e realistici. Ogni immagine è curata nei minimi dettagli.
La sceneggiatura consente a Spielberg di svariare fra diverse scene d'azione piuttosto coinvolgenti: la battaglia dei velieri in fiamme, il volo in idrovolante ma anche la fuga dal Karaboudjan sono all'altezza del miglior Spielberg. Fra le molte finezze stilistiche sparse qua e là quella che preferisco l'inquadratura di Tintin che si specchia in quatrro o cinque diversi oggetti contemporaneamente nella sequenza al mercato delle pulci.



Gli attori non possono essere giudicati, ma vi propongo un parallelo fra le versione originale e il personaggio "cartoanimizzato"

Jamie Bell (Billy Elliot, King Kong, Flags of our fathers, Jane Eyre)  è Tintin



Andy Serkis (Tutta la trilogia del Signore degli anelli nel ruolo del Gollum,  King Kong, The Prestige), qui insolitamente simile a sè stesso nel ruolo del Capitano Haddock

Daniel Craig (già con Spileberg inMunich, famoso per 007 - Casino Royale, 007 - Quantum of solace, il recente Cowboys Vs Aliens) è il perfido Sakharine


Simon Pegg (L'alba dei morti dementi, Mission Impossible III, Le cronache di Narnia) e Nick Frost (L'alba dei morti dementi, I love radio rock ) dimostrano l'affiatamento dei veri amici interpretando i meravigliosi Dupont e Dupond




In conclusione: arrivato un po' prevenuto, ho ritrovato in sala l'atmosfera avventurosa e ironica degli albi a fumetti per quasi due ore di azione ininterrotta. Dai 7 ai 99 anni, buon divertimento!

lunedì 31 ottobre 2011

#58


Sono rimasto molto colpito dalla scomparsa di Marco Simoncellli, e mi sono accorto che non sono il solo: tantissimi post su Facebook, tantissimi video su Youtube, tantissimi commenti sui blog che ne hanno parlato.
Una folla oceanica ai funerali, che sono addirittura stati trasmessi in diretta!

Non so perchè piacesse a tutti, Simoncelli a me stava simpatico perchè andava forte e se combinava qualche casino non si nascondeva mai dietro ad un dito.

Però per questa volta The Talking Mule non parla, in questi casi meno si dice è meglio è.

Il solo modo che so per salutare un ragazzo con una grande passione che se ne è andato troppo presto, è celebrare quello che amava di più sfruttando la mia, di passione: vi propongo dieci scene di grande cinema  in cui il vero protagonista è il "ferro" (I video sono tutti presi da Youtube, non sono miei).
  1. "La grande fuga": Steve McQueen salta il filo spinato su una Triumph TR6 Trophy (truccata da BMW della Wehrmacht)
  2. "Charlie's Angels Più che mai": Cameron Diaz, Drew Barrymore e Lucy Liu fanno le bad girls durante la gara di supercross
  3. "Torque, circuiti di fuoco": una Aprilia RSV1000 guidata da un tamarro sorpassa in impennata due auto guidate da tamarri peggio di lui
  4. "MI:2": Un mix di evoluzioni di Tom Cruise a bordo di una Triumph Speed Triple
  5. "Matrix Reloaded": Trinity dimostra cosa sa fare con una Ducati 998
  6. "Tomorrow never dies": Pierce Brosnan - 007 ammanettato a Michelle Yeoh svicola su una BMW R 1200C come se fosse uno scooter
  7. "Black Rain": Michael Douglas su Harley Davidson Sportster vince una gara clandestina contro una jap (Kawasaki?)
  8. "Ballistic": la incavolatissima Lucy Liu su Buell fa il mazzo a Antonio Banderas su BMW
  9. "Terminator 2": Arnold Schwarzenegger su Harley Davidson Fat Boy fa un sorpasso assai muscolare a un TIR guidato dal T-1000 mutaforma!
  10.  "Easy Rider": Peter Fonda e Dennis Hopper scorrazzano liberi sui loro choppers. Born to be wild!

E infine un omaggio a Marco nel giorno più bello: Supersic vince il mondiale 250 nel 2008!

Un lampeggio...

giovedì 27 ottobre 2011

This must be the place - Naive melody


Paolo Sorrentino (Le conseguenze dell'amore, L'amico di famiglia, Il Divo) è la risposta alla domanda "ma perchè in Italia non ci sono più registi di livello internazionale?". Ecco, uno c'è: è - ancora - giovane, è bravo ed ha raggiunto una credibilità a livello internazionale.
Preceduto da un ossessivo battage pubblicitario This must be the place è il (primo?) film internazionale di Sorrentino. Internazionale per la produzione, per il mercato di riferimento ed anche per il cast artistico.
Le mie aspettative erano piuttosto alte, e ammetto subito che non sono andate deluse.

La storia (Sorrentino è autore anche della sceneggiatura) di per sè è piuttosto linerare, ma contiene numerose divagazioni che la rendono difficilmente sintetizzabile. Cerco di riassumere: il film è diviso in due parti, la prima ambientata in Irlanda e la seconda negli Sati Uniti. La prima parte è piuttosto statica e descrive il protagonista, Cheyenne: una rockstar ormai in disarmo che continua a truccarsi tutti i giorni come se stesse sempre per salire sul palcoscenico. In realtà Cheyenne ha da tempo rinunciato alla carriera artistica e vive nella propria lussuosa villa una quotidianità apatica in compagnia della affettuosa moglie Jane, di professione pompiere (!). I principali svaghi di Cheyenne sembrano essere le passeggiate con la giovane Mary (che si intuisce avere una dolorosa connessione con il burrascoso passato della popstar) e gli incontri con alcuni amici dalla personalità non meno borderline della sua. La noiosa routine viene improvvisamente interrotta da una telefonata proveniente da New York: il padre, con cui non parla da trenta anni, è in fin di vita. Cheyenne però è terrorizzato dai viaggi in aereo ed è quindi costretto a raggiungere l'America in nave. Quando arriverà sarà già troppo tardi. Non tardi però per scoprire che il padre, prigioniero in un campo di concentramento nazista durante la seconda guerra mondiale, aveva dedicato la propria vita alla ricerca di uno dei suoi aguzzini. Cheyenne trova un indizio forse decisivo per la ricerca e decide di terminare l'impresa paterna. Qui inizia il film nel film: un vero e proprio road movie in cui Cheyenne viaggerà nell'America profonda fra paesaggi desolati e struggenti ed incontrando una incredibile serie di personaggi. Al ritorno da un viaggio tutti torniamo cambiati, ma è impossibile prevedere in anticipo come; di certo non vi faremo il torto di rivelarlo qui!


Dal punto di vista della scenografia segnalo la cura con cui è stata realizzata la villa "da star" di Cheyenne, con la piscina vuota utilizzata per giocarci a pelota con la moglie, gli ambienti interni studiatissimi e pieni di pezzi d'arredamento esclusivi.
Come sempre nei film di Sorrentino curatissima la colonna sonora, basata su lavori di David Byrne.

Sorrentino ci regala e alcune immagini di bellezza compositiva assoluta e diverse sequenze davvero magistrali.
Fra le mie preferite la scena in cui Cheyenne riceve la telefonata dagli USA, con il filo rosso e attorcigliato del telefono che divide la scena in una perfetta diagonale; una meravigliosa inquadratura - che sembra un dipinto di Edward Hopper - mentre aspetta la moglie del nazista di fianco a una parete di assi di legno. Nella seconda parte del film le inquadrature di paesaggio belli e desolanti la fanno da padrone.
La sequenza in cui Jane fa tai-chi in giardino è di grande padronanza tecnica e grande ironia al tempo stesso, così come quella in cui Cheyenne balla dentro la stanza di un motel al ritmo di "The passenger" di Iggy Pop.
Un grande regalo è la scena dell'esibizione di David Byrne, praticamente un clip completo incapsulato nel film, con il meraviglioso trompe l'oeil iniziale.
Insomma come avrete ormai intuito, dal punto di vista visuale questa è una pellicola che non si fa mancare nulla, e lo spettatore non può che tornare a casa soddisfatto.


Sean Penn regala a Cheyenne una gestualità favolosamente timida e una risatina che taglia come un rasoio. Un personaggio che si nasconde dietro una maschera per paura del dolore, il proprio e di chi lo circonda: in lui apparenza ed essenza sono in assoluto contrasto. Sembra debole e invece lo scopriamo intimamente forte e perseverante.Sembra assente ma in realtà non gli sfugge nulla. Sembra apatico ma sa avere lampi di geniale prontezza, come quando sfida a ping pong due ragazzi in un diner sperduto fra le montagne. Sembra "suonato" dopo una vita di eccessi, ma in realtà vive grandi drammi interiori (commovente la confessione che fa di fronte ad uno sbigottito David Byrne nel ruolo di sè stesso).
Frances McDormand: è una Jane (la moglie di Cheyenne) innamorata del proprio uomo, tenera e buffa al tempo stesso. Jane è un personaggio forte, ama Cheyenne e tenta in tutti i modi di mantenerlo legato ad un realtà da cui parrebbe voler fuggire.
Eve Hewson impersona Mary, la giovane amica di Cheyenne. Promossa nell'interpretazione della adolescente triste, la spettiamo però nei prossimi ruoli per capire di che pasta è fatta davvero.
Harry Dean Stanton: un breve cameo nel ruolo dell'uomo che ha inventato la valigia trolley. Una faccia come la sua non poteva mancare nel viaggio di Cheyenne nel cuore dell'America rurale, ed è ancora e sempre un maestro di recitazione.

Quella che ci racconta Sorrentino è una storia naif e commovente (una naive melody, dal titolo completo della canzone dei Talking Heads). La difficoltà di Cheyene nel diventare adulto, di accettare il lato doloroso della vita, di superare i rimorsi mi è parso un tema molto attuale. Peraltro è proprio il suo sguardo infantile sulle cose, la sua sincerità candida ed irresponsabile, che lo rende irresistibile.
Capire cosa è necesario lasciarsi alle spalle e quando è il momento di farlo. Questo in definitiva mi è parso il tema di fondo della pellicola.
Vivere da adulti restando un po' bambini...ecco un viaggio che vale sempre la pena di intraprendere!