venerdì 10 febbraio 2012

Uno squalo al cinema - La Dea del 67


Ebbene sì, lo ammetto! Nutro da sempre  una passione incondizionata per la Citroën DS.
Soprannominata "lo squalo" e a volte "la ciabatta", era per il suo tempo un'auto tecnologicamente innovativa e stilisticamente rivoluzionaria.
Per anni la mia famiglia ne ha avuta una e vi posso garantire che guidarla è ancora più bello che guardarla.
Chi se ne frega, direte voi. Capisco che le mie passioni non risveglino l'interesse del grande pubblico, ma se siete arrivati fin qui probabilmente vi piace il cinema e la DS (si pronuncia Déesse, dea in francese) è una delle auto più utilizzate nei films, nelle pubblicità e nei clip musicali di ogni epoca.
Vi propongo quindi di partire insieme a me per una sorta di road movie a tappe settimanali dove ad ogni fermata scopriremo insieme un film con protagonista la dea. Non si tratterà di recensioni vere e proprie, ma di un semplice link a Youtube con qualche breve sequenza che vede protagonista la DS.

La prima puntata non poteva che essere dedicata ad un film che fin dal titolo è tutto un omaggio alla mia auto preferita: La Dea del 67. Pellicola australiana, un po' strana: è la drammatica e in qualche modo poetica storia di un giapponese che si reca in australia per comprare l'auto dei suoi sogni. Incontrerà una ragazza cieca e dall'oscuro passato che lo guiderà in un inconsueto road movie fra i meravigliosi paesaggi dell'outback.



La dea del 67, Clara Law, 2000

mercoledì 1 febbraio 2012

La talpa - Tinker, Tailor, Soldier, Sailor, RichMan, PoorMan, BeggarMan, Thief


Tomas Alfredson, il regista svedese dell'inquietante e (a suo modo) poetico Lasciami entrare passa dalle atmosfere nordiche a quelle plumbee della guerra fredda nei primi anni 70. 
Preceduto da un battage pubblicitario piuttosto convinto, Tinker, Tailor, Soldier, Spy sfoggia un cast di pezzi da novanta britannici, un soggetto tratto da un romanzo di John Le Carré, e una produzione che non lesina in fatto di risorse.

Tailor
La trama di per sé non è complicata: si narra di una riorganizzazione ai vertici del servizio segreto inglese (detto in gergo "il circus") in seguito al sospetto che nell cerchia dei dirigenti si sia infiltrata una talpa al servizio di Karla, il capo del servizio segreto sovietico. George Smiley, un agente del MI6, viene in un primo momento allontanato dal servizio per poi essere incaricato dal ministro in persona di indagare segretamente per scoprire l'identità del traditore, che può essere solo uno dei quattro massimi dirigenti rimasti:  Percy Alleline (Tinker), il capo del "circus", Bill Haydon (Tailor), capo della sezione londinese, Roy Bland (Soldier), capo della sezione paesi oltrecortina, e Toby Esterhase (Poorman) ex agente sovietico sfuggito alle epurazioni ed ora a capo della sicurezza interna.   La vicenda porterà Smiley in contatto con un presunto disertore, il nerboruto agente Ricky Tarr, ricercato da tutti in quanto si presume conosca l'identità della talpa. Le indagini aprono un vero e proprio vaso di pandora, in cui tutte le pecche caratteriali degli integerrimi dirigenti del MI6 vengono impietosamente alla luce. Il metodico Smiley porterà a conclusione, come ovvio, la propria missione, anche se vi sono domande a cui dare una risposta può costare molto caro.

Smiley ed il suo delfino Peter indagano

La trama, come dicevo poc'anzi, di per sè non è complessa, ma il montaggio che spezzetta l'azione sia nel tempo che nello spazio rende quasi impossibile ripercorrere correttamente il filo della vicenda. Nulla di strano: essendo un film sullo spionaggio niente è mai esattamente come sembra e nessuno è proprio come appare da fuori. Ciò che conta in questo film è l'atmosfera: nessuno si fida fino in fondo di nessun altro (e chi lo fa sbaglia), ciascuno cerca di tenere coperte le proprie mosse e tutti (o quasi) hanno un secondo fine: la carriera, un amore, il proprio orgoglio personale da nutrire.

Il mondo de La Talpa è fatto di funzionari pignoli, di analisti pazienti più che di agenti spericolati, anche se come Ricky  Tarr sa, a volte occorre saper sporcarsi le mani.
Lo spionaggio della guerra fredda è una battaglia a scacchi, una lotta a distanza le cui armi sono la forza di volontà e l'intelligenza; è un mondo che ha perso completamente i valori morali e in cui il senso ultimo della battaglia non è certo l'affermazione di un diverso "way of life" (infatti gli agenti non si fanno troppi scrupoli a cambiare parte quando necessario), quanto la dimostrazione della propria superiorità intellettuale.

Il "Controllo" logora chi non ce l'ha

Il cast è esclusivamente europeo, in larga prevalenza anglosassone, le interpretazioni sono tutte di altissima caratura.
George Smiley è impersonato da Gary Oldman (uno dei pochi a diventare, da vivo, un punto di riferimento per una intera generazione di attori, un po' come è successo anche a Sean Penn). George Smiley è il tipico funzionario, anonimo nell'aspetto, preciso, metodico e con una memoria di ferro. Oldman regala a Smiley un aspetto inquietantemente simile a quello di Giulio Andreotti e un volto segnato da oscuri rimpianti.
Colin Firth nella parte di "Tailor" si conferma in un periodo di grazia, un sorriso falsamente imbarazzato è il biglietto da visita di un personaggio che ha molto da nascondere. Il look è elegantissimo.
Tom Hardy, ancora carico dei muscoli messi su per il recente Warrior, è Ricky Tarr, il tormentato agente operativo. E' dai tempi di Black Hawk Down che non sbaglia una mossa, e sembra non avere fretta di emergere. Speriamo non si perda ora che è lanciato.

Ricky Tarr, il duro con un cuore

Altre interpretazioni degne di nota sono quelle di Mark Strong (nome non d'arte, perché l'ha cambiato all'anagrafe, però alla nascita si chiamava Marco Salussolia, di padre italiano, è solo un dettaglio ma me lo rende simpatico); uno degli attori feticcio di Guy Ritchie, apprezzato anche da Ridley Scott (per esempio in Robin Hood). Qui interpreta un commovente agente Prideaux, un uomo che fa il proprio dovere fino in fondo, pur in forte contrasto con i propri sentimenti.
Infine John Hurt (che ricordiamo nel ruolo di Winston Smith in Orwell 1984 di Michael Radford, un sacco di film con Von Trier, una carriera comunque troppo lunga per poter essere riassunta in pochi titoli).
Benedict Cumberbatch trova nel ruolo, tutto sommato secondario, di Peter Guillam una consacrazione al fianco dei più famosi colleghi. E' uno degli uomini del momento: appare nel cast,oltre che de La Talpa, di War Horse e del prossimo Lo Hobbit, oltre ad essere il protagonista della recente serie TV di Sherlock Holmes rivisto in chiave moderna.

Esterhase e Smiley alla resa dei conti

Nonostante l'apparenza di efficienti funzionari pubblici, le spie di Le Carré combattono in primo luogo contro i propri sentimenti, che devono necessariamente essere repressi per non mostrare punti deboli. Le vulnerabilità, tuttavia, non smettono di esistere solo perchè vengono nascoste: covate sotto forma di senso di colpa, di rimpianto, di rimorso si troveranno prima o dopo a deflagrare tanto più forti quanto più sopite.


George Smiley - parente di Andreotti?

Il film è illuminato da una luce livida, i colori paiono attutiti, stemperati in un grigiore che pervade tutto, quasi fosse la materializzazione del tentativo delle spie di non farsi notare e della cappa di pesantezza che incombe su tutti coloro che hanno qualche attinenza con il "circus".
Il colore irrompe collegato all'espressione dei sentimenti, sia in Turchia nella love story di Ricky Tarr, sia - in modo piuttosto evidente - nella sequenza finale in cui Smiley si riapproria di un circus finalmente purgato dalla cappa di invidie e sospetti nella quale era precipitato.

In sintesi un film un po' in controtendenza, con senso di misura nell'azione ed un ritmo non incalzante. Chi per "spy story" intende film alla Mission Impossible resterà deluso, chi invece ricorda con ripianto i tempi de Il giorno dello sciacallo ne resterà entusiasta. Personalmente l'ho trovato divertente e interessante per lo sguardo di scorcio sugli anni 70 che nel cinema italiano sono sempre stereotipati sugli anni di piombo o sulla banda della Magliana. Un'occhiata oltre frontiera non può che far bene!

Gary Oldman - Smiley, al posto che gli compete

mercoledì 18 gennaio 2012

J. Edgar - il lato oscuro del potere

 

Il problema con i film di Clint Eastwood sono le "great expectations", nel senso che il pubblico è ormai abituato ad un livello tale che un prodotto solo "buono" viene vissuto comunque come un passo falso. Ed è questa, purtroppo, l'impressione che lascia la visione di J. Edgar, l'ultima fatica del mio autore ottantaduenne preferito.
Il film analizza la figura di J. Edgar Hoover, il quasi onnipotente direttore del FBI, in carica dal 1924 al 1972. Hoover è una figura controversa: da un lato ha creato il più importante ente di polizia giudiziaria statunitense dotandolo di tecniche e procedure investigative d'avanguardia, dall'altro ha mantenuto carica e potere per quasi cinquanta anni probabilmente ricorrendo al ricatto e di certo a quello che oggi chiameremmo giornalisticamente dossieraggio.

Un personaggio così complesso richiede chiarezza nella tesi del film per evitare di iniziare troppi discorsi e non concluderne neanche uno.


 L'unico aspetto invece su cui la pellicola prende una posizione veramente chiara è l'ambigua sessualità di Hoover, che secondo alcuni avrebbe avuto nella figura del proprio vice Clyde Tolson un compagno fedele nella vita oltre che sul lavoro. Per dovere di cronaca, secondo  Wikipedia (del cui rigore storico è però lecito dubitare) la verità non sarebbe mai stata accertata e permangono diverse opinioni al riguardo. La sceneggiatura di Dustin Lance Black (Milk di Gus van Sant) gioca la carta dell'analisi psicologica a supporto dela propria tesi: troviamo dunque un padre debole, una madre autoritaria, una segretaria che assomiglia alla madre, e l'amante-collega che assomiglia al padre (fateci caso).
La repressione della sessualità di Hoover si fa quindi tendenza maniaco-compulsiva, proiezione verso un nemico facilmente identificabile (i bolscevichi in particolare e gli estremisti in genere) delle proprie minacce interiori. J. Edgar ha un solo obiettivo nella vita: il controllo. Infatti raccoglie, classifica ed utilizza senza scrupoli qualsiasi informazione e strumento che gli permetta il mantenimento di un mondo organizzato secondo i suoi desideri. Nel frattempo Hoover si circonda di persone rassicuranti e fedeli e contrasta senza pietà qualsiasi avversario, reale o presunto. Nella consapevolezza dell'impossibilità di raggiungere il controllo perfetto ed infallibile, nel film (sarebbe interessante sapere se l'episodio è storico o di fantasia) Hoover cambia la storia "pilotando" la propria biografia, fino ad inventarsi di sana pianta alcuni episodi, come Tolson gli rinfaccia in una drammatica scena.

 

Morale della storia: Hoover era gay e la repressione della propria personalità lo rese una persona disturbata e tormentata. Tesi interessante ed anche plausibile, ma non si sarebbe potuto esprimerla in un po' meno di due ore e un quarto, ed approfittare del tempo guadagnato per parlare anche d'altro?

Il tema mi pare poco adatto alle corde di Eastwood, che si trova più a suo agio quando ha a disposizione un'idea forte che può sviluppare, magari facendo finta di parlare d'altro come in Gran Torino o anche nel recente Hereafter. Anche in Invictus veniva analizzata una figura storica (Nelson Mandela), ma lì veniva preso in esame uno specifico episodio, forse nemmeno così importante nell'arco di una vita intera, con un riconoscibile valore esemplare. In J.Edgar invece si esce dalla sala senza poter tenere dentro un grande "...e quindi?".

Detto questo, il film si segnala per una ricostruzione storica estremamente accurata; come già in Changeling e nel dittico Flag of our fathers/Lettere da Iwo Jima, Eastwood si dimostra molto convincente nel ricreare l'atmsofera dell'epoca, probabilmente anche grazie alla collaborazione di Gary Fettis, set decorator di tutti i film di Clint dal 2006 in poi. I costumi sono di Deborah Hopper, altra collaboratrice fissa piuttosto a suo agio con il vintage, (per esempio erano opera sua anche gli eleganti costumi di Scomodi Omicidi di Lee Tamahori)



Billanti le prove degli attori: Leonardo di Caprio interpreta un Hoover sia più giovane che (parecchio) più vecchio di lui. A mio giudizio rende molto bene l'ambiguità di un personaggio che si maschera: orgoglioso ma a tratti mellifluo,  a tratti vulnerabile, ma più spesso deciso e impenetrabile. Visto in lingua originale (grazie alla lodevole iniziativa del cinema Centrale di Torino) Di Caprio è magistrale nell'imitare la cadenza della parlata, suppongo maniacalmente identica all'orginale. Il doppiaggio italiano a quanto si dice è invece piuttosto penalizzante.
Dopo il ruolo "gemello"di entrambi i fratelli Winklevoss in The Social Network di Fincher, Armie Hammer si conferma talentuoso nel ruolo di Clyde Tolson: benchè stereotipato, il suo personaggio è credibile e piacevole. Peccato per il trucco di Tolson da vecchio, che definire dilettantistico è un complimento.

Judy Dench giganteggia nell'interpretazione della madre di Hoover. Personaggio anche questo un tantino troppo prevedibile, ma quando dardeggia sguardi severi con quegli occhi duri viene lo stesso voglia di andare a chiudersi a chiave nello sgabuzzino.
Naomi Watts vestita e coiffata con cura, è un po' sacrificata nel ruolo della segretaria di Hoover, miss Gandy. Il personaggio non viene molto sviluppato, ma rende comunque l'idea di quello che a Torino chiameremmo un travet: è una figura che ama stare sempre un passo indietro, è solo un ingranaggio ma proprio dalla sua efficienza dipende il successo delle iniziative di Hoover.

Nell'insieme il film di certo non è fra i più riusciti di Eastwood, però è fotografato benissimo (da Tom Stern, altra presenza fissa nella crew di Clint), contiene - sia pure solo per accenno - alcuni episodi interessanti della storia relativamente recente degli Stati Uniti, infine pone alcune questioni come il trade off (mi si perdoni: l'inglese va di moda) fra sicurezza, rispetto delle leggi e controllo dei controllori che sono ahinoi di grande attualità. Il film non giunge a conclusioni su nessuna delle questioni che pone sul tavolo (questioni che peraltro non si prestano a soluzioni definitive, quanto ad approcci risolutivi differenti) ma almeno offre l'opportunità di aprire una riflessione, tanto più preziosa in quanto basata fatti realmente accaduti.


Un ringraziamento speciale alla dott.sa O. Bertoldo per l'analisi psicologica dei personaggi, anche se l'ho utilizzata solo come spunto di partenza per riflessioni di cui mi assumo in toto la paternità.


domenica 8 gennaio 2012

Cave of forgotten dreams



Chi ha avuto occasione di leggere altre mie recensioni di film realizzati in 3D (per esempio qui, o qui), già saprà che non sono un estimatore di questa (nuova?) tecnologia. L'utilizzo forzoso di uno strumento come gli occhialini mi fa pensare a una tecnica immatura, e il vago senso di mal di mare che immancabilmente mi pervade dopo pochi minuti mi lascia piuttosto perplesso. Per di più, l'indubbio fascino e la spettacolarità delle immagini tridimensionali è un facile richiamo per il pubblico che purtroppo non sempre viene onorato con la cura del 3D in tutti i ciak, ma solo in quelli di maggiore impatto scenico.  I paragoni con l'introduzione del sonoro o del colore a mio parere non reggono, almeno fino a quando non si trovi il modo di rendere la terza dimensione senza l'ausilio di appositi strumenti e senza indurre lo strabismo.



Tuttavia, nel caso di Cave Of Forgotten Dreams di Werner Herzog le perplessità vengono superate dalla maestria e dall'impegno profusi nella realizzazione di questo insolito documentario.
Herzog (non nuovo al genere, come testimoniano i precedenti Paese del silenzio e dell'oscurità, Echi da un regno oscuro, Rintocchi dal profondo, fino al recente Encounters at the End of the World) ottiene il permesso di filmare, con grande cautela  per non turbare il delicato microclima interno, la grotta Chauvet, uno spettacolare antro situato in Francia, precisamente nella regione dell'Ardeche, dove si trovano, in una cornice di spettacolari concrezioni naturali, i dipinti rupestri più antichi mai ritrovati.
Herzog (voce narrante fuori campo) non si perde un dettaglio, indaga la formazione delle caverne, come queste furono letteralmente sigillate, probabilmente da un sisma; in che modo venivano utilizzate, chi potevano essere e che tipo di vita conducevano i misteriosi pittori.



Con l'aiuto del team multidisciplinare di scienziati che sta analizzando tutti gli aspetti legati alle grotte Chauvet (geologi, antropologi, archeologi, etc...) Herzog ci guida all'interno delle grotte (chiuse a qualsiasi visita) permettendoci di ammirare e, una volta tanto grazie al 3D, quasi di toccare le rocce dipinte dai nostri misteriosi progenitori.



I dipinti sono meravigliosi, disegnati con un tratto sicuro e una capacità comunicativa straordinaria, e la telecamera non trascura alcun dettaglio, come i pezzetti di carbone utilizzati per disegnare e rimasti sul pavimento della caverna, ad attendere più di 30.000 anni prima che Herzog arrivasse a regalarci queste immagini straordinarie.
Si esce dalla sala con un turbine di pensieri e riflessioni in testa, non si può non pensare a questi primitivi uomini (l'ordine dei termini non è casuale) ed al messaggio che ancora ci arriva comprensibile dopo tutto questo tempo. Il paragone per molti versi è improprio, me ne rendo conto, ma la visita a qualche museo di arte contemporanea ci potrebbe forse far sentire più fratelli di un primitivo artista che lascia il palmo della propria mano a firma di un capolavoro, che non a qualche furbetto mercante di idee più o meno provocatorie.

Riproduzione della superficie della caverna al laser

Al contrario delle grotte di Lascaux,il cui sfruttamento turistico ha rovinato in pochi anni quello che i millenni avevano preservato (sono infatti ricoperte da uno strato fungino probabilmente causato dalla modifica del clima interno delle grotte), le grotte di Chauvet non solo sono chiuse al pubblico, ma anche l'accesso degli studiosi è limitato all'indispensabile. Un grazie in più, dunque, al rispettoso lavoro di Herzog che ci consente di godere in modo così realistico di un vero e proprio tesoro culturale, ma anche artistico.



La telecamera tridimensionale, che fatica tanto a convincere al di fuori dell'intrattenimento più scontato, si rivela invece piuttosto adatta allo stile documentaristico, o forse semplicemente un autore resta tale sia in due dimensioni che in tre, ed altrettanto accade per gli onesti, ma poco dotati professionisti del film di genere. Mi resta dunque un po' di rimpianto per non essere riuscito a vedere Pina 3D di Wenders sul teatro danza di Pina Bausch e attendo con curiosità il prossimo Hugo Cabret di Scorsese, che i giornali riportano entusiasta del'esperienza tridimensionale.